venerdì 27 febbraio 2015

Dolci e dolcezze di Sicilia – Parte II


di Pippo Oddo
Pochi sanno che i dolci in Sicilia scandiscono l’intero calendario festivo, dall’alba del Capodanno alla notte di san Silvestro. 
Capu d’annu e capu di misi, unni su misi li cucciddata? Sunnu misi ‘nta lu panaru: datini unu a lu scarparu. (Capo d’anno e inizio di mese, i buccellati dove sono messi? Sono messi nel paniere: datene uno al calzolaio). Così recitano il primo mattino dell’anno i bambini di Montemaggiore Belsito, anche se nessun calzolaio fa più il giro dei clienti (parrucciani) in cerca di dolciumi. Ma tutte le feste religiose sono caratterizzate da dolci tipici in Sicilia. Festa in chiesa e festa in cucina, vuole un vecchio adagio. Anzi, come scriveva nel 1882 Enrico Onufrio, spesso «la religione è un pretesto, un santo pretesto che serve a salvare le apparenze; ma lo scopo vero, ultimo, reale è quello di far baldoria, di gozzovigliare. Ne volete un esempio? Non c’è festa religiosa in Palermo, che non abbia il suo manicaretto, il suo dolciume occasionale». Fatima Giallombardo nota invece che la festa «scandisce le fasi del calendario: essa è cioè legata all'organizzazione sociale del tempo. È il mezzo con cui le popolazioni affidano quasi per intero la loro sopravvivenza all'ordinato svolgersi dei cicli naturali, fanno regolarmente ricorso per risolvere gli stati d'incertezza vitale ed esistenziale. Il momento rituale ripropone sul piano mitico le proprietà di abbondanza e pienezza di vita che, attraverso un processo di definizione formale, conferiscono a chi vi partecipa stati di certezza e di sicurezza. Ambiente, tempo, società nei rituali festivi risultano dunque correlati. È perciò possibile, in riferimento alla festa, parlare di scansione sociale del tempo non solo perché essa ripropone a livello mitico-rituale la sicurezza vitale del gruppo, ma anche perché questo, attraverso la socializzazione rituale, assume consapevolezza di essere nel tempo, ritrovando gli stessi giorni, il ripetersi degli stessi cicli e degli stessi fenomeni di morte e rinascita della natura». Se questo è il significato più profondo della festa, non può sorprendere il fatto che a creare l'atmosfera del lungo e complesso iter celebrativo della Settimana Santa nell'Isola siano certi dolci tipici che contribuiscono a presentare in una dimensione metastorica non solo la morte e la resurrezione di Gesù Cristo ma anche l'eterna trepidazione contadina per la sorte delle sementi affidate alla terra, da cui in definitiva dipende la sopravvivenza della specie umana. «La settimana santa – sono parole di Antonino Buttitta – assicura la rigenerazione periodica dell'anno attraverso la rappresentazione simbolica delle fasi conclusive del mito del dio salvatore. La pasqua è la morte e la rinascita di Dio, ma anche la rinascita della natura, la nostra rinascita a nuova vita liberati da tutti i peccati». I dolci pasquali, divenuti ormai in molti comuni capolavori di pasticceria tipica, erano un tempo pani. Le innovazioni non riescono del resto a nascondere le differenti stratificazioni culturali e gli originari significati. «Così, al simbolismo originario della Pasqua come rito di rinascita della natura si riconnettono i dolci che contengono l'uovo, elemento centrale delle rappresentazioni cosmogoniche; alla sua matrice semitica sono da riportare invece quelli che raffigurano l'agnello, mentre all'iconografia cristiana sembrano rinviare i dolci a forma di colomba». A parte le uova al cioccolato e le colombe pasquali prodotte industrialmente, tipici dolci pasquali sono da noi la cassata siciliana (ormai conosciuta in tutto il mondo), le cassatine con la ricotta, fritte o al forno, i biscotti con l'uovo che nel Palermitano si chiamano pupi cull'ova, e i picureddi, «pecorelle di pasta reale, la cui posa è divenuta ormai un classico: sdraiate sopra un prato verde disseminato di confetti multicolori, con una banderuola rossa, simile a quella che nell'iconografia sacra è in mano a San Giovanni, infilzata sul dorso». Ciascuna di queste specialità pasquali richiederebbe più di una considerazione aggiuntiva che mal si concilia con l'economia di questa riflessione. Mi limito perciò a spendere poche parole per i cosiddetti pupi cull'ova. Nel presentarli al vasto pubblico della Mostra Etnografica del 1891-92, Giuseppe Pitrè volle precisare: «Diconsi pupi cull’ova certi pani e certe paste dolci di proporzioni diverse, e con forma di bambola, di pupattola, di prete, di mostro, o d'altro, sopra od entro le quali forme sono delle uova sode». Sull'argomento Giovanni Ruffino ha pubblicato un saggio di geografia linguistica ed etnografica con un interessante corredo iconografico che presenta ben dodici aree di produzione, «ciascuna delle quali si caratterizza per un tipo lessicale prevalente» e «una dozzina ancora di aree isolate, prive di consistenza territoriale». Si passa dal campanaru al cannatuni, al cannateddu, al cicìu, al cicilìu, al pupu cull'ovu, al cannileri, al panareddu, all’aceddu, ai varati, alla caddura cull'ova, alla palummedda. Da altre fonti sappiamo che a Bisacquino si preparano dolci con le uova a forma di seno femminile detti minneddi. Con un’indagine sul campo io stesso ho potuto accertare che i dolci pasquali della Valle del Torto e del Feudi con uno o più uova hanno nomi diversi in rapporto al luogo e alla forma: pupu cu l’ovu, nella maggior parte dei paesi, panareddu o pupu cu l’ovu a Castronovo, aceddu cu l’ovu o pani a cena a Valledolmo e Aliminusa, pupu cu l’ovu o panaccena a Caccamo. La presenza di più tipi mostra nel caso di Castronovo l’influenza della cultura agrigentina, in quello di Valledolmo e Aliminusa risente della vicinanza delle Madonie. Un discorso a parte merita il caso di Caccamo dove, con ogni probabilità, la differenza non è solo nominalistica ma tipologica; se così fosse, il nome più arcaico dovrebbe essere panaccena: il che confermerebbe la tesi di Giovanni Ruffino, il quale sostiene che l’evoluzione dei pani di Pasqua in dolci si caratterizzi quasi sempre per l’aggiunta della glassa e di granuli di zucchero variopinti (diavolina o diavulicchi). Interessantissimi sono i riti (rispolverati dal saggio di Ruffino) che un tempo accompagnavano il consumo di questi dolci. A San Biagio Platani il fidanzato (zitu) donava alla zita un cannileri con dieci uova. Nei quartieri marinari di Sciacca il dolce destinato alla fidanzata ne conteneva ben ventuno. Nelle famiglie contadine della stessa città «la zita usciva di casa a mezzogiorno del sabato santo per recarsi a casa del futuro sposo, al quale faceva dono di un cannileri con nove uova, mentre ne riservava uno con quattro al suocero e con due alla suocera». Comunque chiamati, in tutta la Sicilia i dolci con le uova si mangiavano solo dopo la Resurrezione. A Sant'Agata Militello, prima di addentare i pasturi, il membro più anziano della famiglia bruciava un po' d'incenso e benediceva i familiari. A Favignana il campanaru si mangiava dopo aver baciato per terra. A Centuripe, ma anche altrove, il dolce equivalente si consumava in chiesa dopo la caduta della tela e la scampanata a gloria. A Montelepre c'era la stessa usanza ma i fedeli ripetevano anche la formula di rito: A gloria sunàu;/ cannateddu si spizzàu;/ e si fìci a mmostra a mmostra,/ cannateddu senza ossa. Quanto ai dolci del periodo natalizio, oltre a quelli al miele, nell’Isola se ne preparano altri che in origine erano pani con frutta secca (fichi, mandorle, uva passa, noci, ecc.). I nomi variano da comune a comune (cucciddata, gucciddata, vucciddata, ucciddati, peddizzati, luni, ecc.). In alcuni paesi questi dolci vengono messi in mostra, accanto al Presepio, in apposite sagre del periodo natalizio. Vale la pena di ricordare che nelle famiglie che abitavano in una casa con due ambienti disposti su altrettanti piani, di cui quello superiore adibito a stanza da letto (camera), era qui che si apparecchiava eccezionalmente la tavola in occasione delle feste di fine d’anno, non già a pianterreno dove, oltre alle galline, erano alloggiati l’asino, la capra e il cane che non odoravano certo di lavanda. Le pietanze erano per l’occasione succulente: pasta ‘ncasciata o al ragù di maiale, bruciuluni ri carni grossa e baccalà â ghiotta. Sfinci, cuddureddi e cosi ri Natali ce n’erano a profusione. Nella sola Lercara Friddi la nascita del Divino Bambinello era salutata dai famosi pantofuli (buccellati particolari con farcia di mandorla e frutta candita) ma anche da altri dolci tipici: i mastazzoli e i cucciddati, che in fin dei conti sono sempre paste dolci impastate con lo strutto, ripiene di fichi secchi tritati, uva passa, cannella, zucchero e, talvolta, anche noci, mandorle, buccia d’arancia. A fare la differenza è la forma. Lu cucciddatu è rotondo, la mastazzola viene modellata a bastoncino. Indipendentemente dal nome, questi biscotti tipici possono essere anche ricoperti di glassa e grani di zucchero colorato. A Roccapalumba nello stesso periodo si preparano ancora ai nostri giorni i ucciddata, i turtigghiuna, i mastazzuoli, che in fin dei conti sono sempre buccellati. La tipologia più arcaica in tutta la Sicilia è rappresentata sicuramente dai cucciddati ri ficu, che erano originariamente dei pani con un semplice ripieno di fichi tritati. La loro evoluzione in dolce è stata lenta e socialmente squilibrata. Ancora alla vigilia dell’ultimo conflitto mondiale a Ciminna le famiglie povere facevano i purciddati «con farina comune, olio, fichi secchi, mandorle, noci pestate e uva passa». Era inoltre usanza dello stesso comune assistere alla messa di Natale con le tasche piene di buccellati e «qualche sciaschiteddu di vino», che passava di bocca in bocca, tra un canto natalizio e l’altro. A Castronovo di Sicilia, i fedeli invitavano idealmente al rinfresco in chiesa anche la Sacra Famiglia cantando in coro: «Bammineddu duci duci, iu ti portu li me nuci, / ti li scacci e ti li manci, accussì di certu un chianci./ Bammineddu, duci amatu, ti portu lu vucciddatu. / Ti lu manci ncumpagnia, cu Giuseppi e cu Maria. / Bammineddu duci assai, lu me pani ti purtai/. Ti lu manna la mamma mia, / ca è cchiù ricca di Maria». (Bambinello dolce dolce, io ti porto le mie noci, te le scacci e te le mangi, e così di certo non piangi. Bambinello, dolce amato, ti porto il buccellato, te lo mangi in compagnia con Giuseppe e con Maria. Bambinello dolce assai, il mio pane ti portai. Te lo manda la mia mamma, che è più ricca di Maria.) La ricchezza di valori che traspare da questo antico rituale non ha bisogno di commenti. Né in questa sede è possibile accennare ad altri riti connessi al consumo di biscotti e pasticcini devoti, il cui campionario è troppo vasto per proporlo nella sua interezza alla fruizione dei lettori. Non per questo ci si può esimere dall’accennare ai principali pezzi di devozione che un tempo contribuivano più di adesso ad infondere sicurezza e a rinsaldare i vincoli comunitari. Penso al majali che si preparava a gloria di sant'Antonio Abate, protettore del bestiame; alle olivette di sant'Agata e alle minni di Virgini con cui tutt'ora si rende omaggio alla gloriosa protettrice di Catania, cui è affidata la protezione delle mammelle e quindi dell'alimentazione dei neonati; alle sfìnci, alle torte e ai tanti altri dolci che ancora oggi compaiono nelle Tavolate di san Giuseppe; alla stessa pasta cu la muddica, con zucchero e cannella, che viene distribuita ai devoti dell'amato Patriarca nelle “cene” del 19 marzo a Salemi; alla varva di san Giuseppi con miele che compare lo stesso giorno nelle mense devote dell'Ennese; alla varva di san Binirittu con graniglie di pistacchio e canditi, tipica della Valle del Belice; ai dolci antropomorfi di mandorla che si riscontrano in diverse realtà siciliane e nella stessa Palermo, dove si preparano a settembre (in alternativa a quelli con il miele) a gloria dei Santi Cosma e Damiano che esercitano il loro protettorato sui medici e i marinai. Pani e dolci votivi si confezionavano anche in occasione della festa di santa Febronia a Palagonia: «uno a forma di mano, con farina, uova e zucchero; e un altro di pasta di pane, che simboleggia un gallo». A Palermo il festino di santa Rosalia ai tempi di Pitrè era allietato dai muscardini; adesso non più. Ma gli stessi dolcetti odoranti di cannella, si fanno ancora a Mazara del Vallo il giorno della festa del Corpus Domini e nella Valle del Belice in occasione della commemorazione dei defunti. In compenso nella capitale dell'Isola il festino è un vero trionfo di bancarelle colorate, artisticamente dipinte come i carretti siciliani, traboccanti dei soliti dolci delle feste patronali ma anche di calia e simenza, mennuli agghiazzati, cioè «confetti di mandorla in camicia di glassa». E le famiglie consumano a gloria della Santuzza il primo gelo di mellone dell'anno, di cui faranno più grosse abbuffate a ferragosto. Insomma, come tutti i salmi finiscono in gloria, così tutte le feste siciliane si concludono con grandi vassoi di cosi ruci. E i dolci non mancano nemmeno il giorno in cui si ricordano i morti. Anzi, in qualche comune, come Paternò, le vedove li mangiano accanto alla tomba della buonanima, dove passano l'intera giornata del 2 novembre, dall'alba al tramonto. Ovunque nell'Isola quel giorno i bambini ricevono dolciumi dai parenti defunti: bambole e cavallucci di zucchero colorato (detti anche pupi di cena o pupa a-ccena), ossa di morti, ossia «dolci di pasta forte, aromatizzata al garofano, a forma di tibie e di teschi», nucatuli, dolcini di riposto, tetù, taralline, miliddi, pasti di meli d'ogni forma e colore, frutti di martorana. Questi traggono il nome delle suore di Santa Maria della Martorana di Palermo cui si deve, a quanto pare, l'invenzione. Si tramanda anzi che le religiose ebbero modo di preparare questi dolci anche in onore del papa che visitò Palermo alla vigilia della festa dei morti. Gli fecero trovare un improbabile albero stracolmo di mele, pere, susine... di marzapane (detto pure pasta reale perché fatto con lo zucchero, allora prodotto nelle aziende ricadenti nel demanio regio). E il pontefice decise di regalare quei frutti di martorana ai bambini poveri in occasione della festa dei morti. Per devozione a santa Lucia, protettrice di Siracusa, il 13 dicembre molti siciliani si astengono dal consumo di pane e di pasta. All'origine di tale usanza c'è una leggenda: durante una carestia arrivò, finalmente, una nave carica di grano, proprio il giorno della festa della Santa. I suoi devoti decisero perciò di ringraziare la Patrona mangiando una minestra di grano chiamata cuccia. Con l'aggiunta di zucchero, crema di latte o di ricotta, zucca candita, scorza di limone e pezzetti di cioccolato, l'umile pietanza è divenuta un dolce prelibato: la cuccia duci, appunto. A Palermo si mangiano pure panelli duci; frittelle di farina di ceci con zucchero e cannella. Poiché santa Lucia è la protettrice della vista, in alcuni comuni si sogliono preparare in suo onore anche dolci e pani votivi raffiguranti gli occhi o sottili sfoglie come i cucciteddi di Modica che non si mangiano né si conservano come talismani sacri, se prima non vengono fatti adagiare un momento sulle palpebre chiuse. A Collesano, nella chiesa di santa Lucia, il 13 dicembre, alle cinque del mattino, viene celebrata una messa, a conclusione della quale si offrono ai fedeli «biscotti a forma di occhi realizzati dalle suore o da coloro che hanno ricevuto una grazia». Prima di raggiungere i traguardi attuali, la tradizione dolciaria siciliana è stata per secoli monopolio quasi esclusivo di religiosi e monache di casa, cioè professe laiche che non mancavano mai nelle famiglie della buona società. Queste pie donne con il cordone, costrette dalle circostanze della vita a consumare l'esistenza tra il forno e la parrocchia, in qualche realtà della Sicilia orientale erano chiamate ducceri (pasticciere), tanto erano brave a confezionare dolciumi. Ma i migliori dolci sono stati sempre quelli preparati nei conventi: li cosi ruci di li batii, come li chiamavano i nostri avi. A titolo esemplificativo basti ricordare (oltre a quelli citati nelle precedenti riflessioni) i minni di Virgini (seni di vergini o “impudiche paste delle Vergini”, per dirla con Giuseppe Tommasi di Lampedusa) e i bocconetti delle suore di Santa Caterina di Palermo, i triunfì di gula del vicino monastero di Montevergine, le crispelle dolci dei Benedettini di Catania, la pignulata dell'Ordine della Carità di Messina, il couscous al pistacchio (con mandorle, zucchero, cannella e pezzetti di cioccolato), specialità delle suore circestensi del monastero di Santo Spirito di Gesù di Agrigento, i viscotta di la zza monica e i fusiddi di li monici di Sciacca, li cosi ruci di la batìa di Paternò, i facciuni di Santa Chiara di Noto. Qualche cenno in più meritano forse i minni di Virgini, partorite dalla fantasia creativa di Suor Virginia Casale di Rocca Menna del Collegio di Maria di Sambuca. La quale nel 1775 fu incaricata dalla marchesa, moglie del feudatario e futuro primo ministro di Ferdinando IV di Borbone, «di preparare un dolce particolare e innovativo per il matrimonio del suo unico figlio Pietro. Suor Virginia creò un dolce prendendo spunto dalle colline della Valle d'Anguillara, del Castellaccio e della Minulazza che vedeva dalla finestra della sua stanza. Così ottenne un dolce a forma collinare con ripieno di crema di ricotta, cioccolato e zuccata e ricoperto con glassa di zucchero». Le più fantasiose pasticciere sono state, però, a voler credere alla leggenda, le suore di Modica che inventarono la 'mpanatigghia, capolavoro dolciario nato per sopperire alle carenze nutrizionali di predicatori che si alternavano nei pulpiti dell'Isola durante la Quaresima. Per eludere il rigido divieto di mangiare carne, le religiose «ricorsero all'espediente di tritare finemente il filetto di manzo camuffandolo sotto una coltre spessa di cioccolato e riponendo il tutto all'interno di una pasta sottilissima e friabile a base di sugna, ripiegata a guisa di mezzaluna dal bordo finemente intagliato con un piccolo cratere eruttivo al centro». E crearono la 'mpanatigghia, il cui nome richiama quello delle empanadillas importate dagli Spagnoli dal Nuovo Mondo. «Decisamente incredulo – assicura Anna Caschetto – è l'atteggiamento di chi assaggia per la prima volta questi sorprendenti "dolci da viaggio", capaci di conservarsi per più settimane». Isola santa, la Sicilia. Isola carogna! È proprio il caso di ripeterlo con Gesualdo Bufalino. Terra dove spesso, troppo spesso, le apparenze ingannano!

giovedì 26 febbraio 2015

Maltempo, emergenza frane a Marineo: voragine sul torrente Sant’Antonio


di Piazza Marineo
L'ondata di maltempo che negli ultimi giorni ha investito la Sicilia ha provocato i primi danni anche a Marineo.
All’ingresso del paese si è aperta una voragine sull'asfalto che ha inghiottito due auto abbandonate. In questa zona scorre interrato il torrente Sant’Antonio, che attraversa il centro abitato. Il corso d'acqua si è notevolmente ingrossato in queste ore di incessante pioggia. Nelle immediate vicinanze ci sono diverse case, mentre la vicina strada statale con il ponte che collega Palermo a Corleone è l'unico punto d’accesso per mezzi pesanti e pullman. Rimane, inoltre, in vigore l’allerta emanato dai gestori di diverse dighe, che stanno eseguendo le manovre di scarico dell’acqua dei bacini.

mercoledì 25 febbraio 2015

“Up art”: collettiva di pittura, scultura e fotografia al Castello Beccadelli


di Piazza Marineo
Dal 27 febbraio al 6 aprile, presso il salone del Castello Beccadelli di Marineo, si terrà la mostra “Up art”, che vuole promuovere il tema dell’arte contemporanea nelle sue varie forme espressive, come comunicazione e veicolo di emozioni.
L’inaugurazione della collettiva di pittura, scultura e fotografia, organizzata da Comune di Marineo d’intesa con la Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Palermo, e che vede impegnati ben 30 artisti, si terrà venerdì 27 febbraio alle ore 18.30 con l’intervento di Maurzio Parisi e Sergio Condura del “Gruppo la Gioia”. «Questa prima rassegna - spiegano in una nota il sindaco Pietro Barbaccia e l’assessore Ciro Spataro - è costata sacrifici e fatica, sia per l’impegno profuso da Salvatore Pulizzotto, ideatore della collezione etnoantropologica del castello, che si è adoperato al meglio per mettere insieme tutti questi artisti, che con la loro presenza danno lustro alla nostra comunità, nonché per la cura puntigliosa nell’allestire la mostra con l’aiuto di alcuni volontari che hanno dato un apporto valido e costruttivo». Tale collettiva di pittura è sicuramente un appuntamento importante per la validità delle opere presenti che, anche se diverse per forma e per valore, sono collegate da un unico obiettivo: quello, di promuovere e rendere fruibile l’arte contemporanea. Ecco i nomi dei trenta artisti presenti: Anna Badagliacca, Elide Triolo, Mario Zri Conti, Vincenzo De Guardi, Enzo Puleo, Alessandro Schimicci, Giovanni Acuto, Valentina Morello, Giuseppe Diego Spinelli, Tommaso Serra, Jopul, Francesca Paola D’Asdia, Manuela Seicaru, Umberto Benanti, Salvatore Saccà, Francesca Oliveri, Marialuisa Lippa, Nunzio Mazzamuto, Ignazio Hassan, Nino Greco, Daniele Greco, Giusto Sucato, Claudio Pezzillo, Totò Mineo, Elio Arnone, Rita Dellenoci, Lory Troia, Francesca Oliveri, Antonio Calabrese, Pietro Danilo Taormina.

martedì 24 febbraio 2015

Dolci e dolcezze di Sicilia - Parte I


di Pippo Oddo
Un motto tardo-latino recita: Dulcem rem fabas facit esuries tibi crudas. La fame ti trasforma le fave crude in una cosa dolce. È vero. Non c'è cosa più o meno commestibile che non acquisti sapore di squisitezza quando si ha fame.
E la storia dell’umanità non ha mancato di dimostrarlo. Per portare un esempio di cui molti viventi si possono ancora ricordare, a Roma nell'autunno del 1943 «c'erano donne che frugavano tra le immondizie dei cassonetti per trovare foglie e torsoli da cucinare»: parola di Miriam Mafai. «Si masticavano a lungo, le castagne secche, le "mosciarelle", o le carrube. La fame aveva un sapore dolciastro». Ma le cose dolci, o cosi ruci, in Sicilia sono sempre state sinonimo di dolciumi. E, a memoria d'uomo, mai siciliano ha scambiato le fave crude per cosi ruci. Un ruolo vicario dei dolci è stato caso mai assolto dalle fave abbrustolite, meglio note come favi caliati. I contadini ne facevano grosse scorpacciate nelle serate d'inverno attorno al focolare, mentre un anziano della famiglia dotato di buona favella li intratteneva raccontando cunti di tesori incantati, re, fate, regine, principi e principesse o magari faceva rivivere le gesta dei Paladini di Francia, Orlando, Rinaldo, Guerin Meschino, Rizieri, la bella Angelica... La calia (fave e ceci abbrustoliti) faceva inoltre la sua immancabile comparsa assieme allo scacciu (mandorle e nocciole tostate) e ai confetti nelle feste di nozze o di battesimo delle famiglie povere. E continua tuttora ad accompagnarsi alla simenza (semi di zucca essiccati) nelle feste patronali, senza mai confondersi con i prodotti del cubbaitaru (torrone, petrafennula, gelato di campagna, ecc.) che pure fanno bella mostra sulle bancarelle ovunque si festeggi un Santo. Naturalmente i popolani non facevano mai passare la festa senza rifarsi il palato con un pur minuscolo pezzo di cubbaita che il venditore consegnava sempre rigorosamente avvolto nella carta oleata. Astenersene sarebbe stato come non aver rispetto per il Santo e per le sacrosante aspettative di guadagno del cubbaitaru. Molti però potevano portare a casa solo poche briciole di quel dolce, quando non dovevano accontentarsi del proverbiale scrusciu di carta senza cubbaita.
La cubbaita, che il Vocabolario Siciliano-Italiano di Antonino Traina (1868) presenta come «confettura o torrone o mandorle e mele cotto», in Sicilia si consuma da parecchi secoli. A riprova di quanto ne sono stati ghiotti nel passato i Siciliani, basti ricordare che nel Cinquecento nella Contea di Modica fu istituito un apposito balzello per tassare i guadagni dei cubbaitari. Ma già allora si conoscevano moltissimi tipi di dolci e tanti altri sono stati inventati nel frattempo. Il loro numero nessuno è mai riuscito a stabilirlo con esattezza. Giovanni Coria, che pure ha pubblicato ben 250 ricette di dolci, ammette che la sua raccolta «è solo un tentativo, una brevissima introduzione ai tanti volumi che di essi si potrebbero scrivere». Ed aggiunge: «Di alcuni mi è stato impossibile trovare la esatta ricetta: così delle caniate di Regalbuto; dei cassateddi di ficu di Mazara del Vallo; dei sampiroti di San Pier Niceto, delle tabelle (biscotti rotondi di 15 cm di diametro) di Santa Maria di Licodia; dei viscotta di meli che si preparano nella Sicilia occidentale per la festa di S. Michele (29 settembre), e raffiguranti l'Arcangelo; i pantofuli di pistacchiu dell'agrigentino e nisseno; i masticutté di Assoro nell'ennese. E questi solo per citarne qualcuno». Marinella Fiume Giannetto si sofferma sui contenuti culturali della pasticceria sacra come di quella profana. «La grande varietà morfologica dei dolci siciliani – sostiene opportunamente –, la ricchezza figurativa, la pregnanza simbolica si spiega riportandosi a una tradizione lontanissima che affonda nella preistoria le sue origini e che risulta da un intreccio sincretico di tradizione pagana e rivoluzione cristiana, di patrimonio magico-rituale di una società agro-pastorale e di sconvolgimenti socio-politici di vasta portata storica». Movendo da queste considerazioni, l'autrice coglie anche il rapporto che lega quella che, citando Antonino Uccello, lei chiama «la raffinata e fantasiosa dolceria siciliana, patrimonio dell'aristocrazia» alla parallela produzione popolare o vastasa, «intenta a supplire con la fantasia alla congenita scarsità delle risorse e che non differisce dalla prima che per l'arricchimento di preparazioni-base comuni a tutte le classi». Ora, le distinzioni e gli accostamenti sono necessari in ogni discorso analitico; finiscono però spesso per scivolare nello schematismo, come la stessa Fiume Giannetto riconosce con grande onestà intellettuale. A noi convince poco, per esempio, la riproposizione della classica dicotomia "dolceria sacra – dolceria profana". Siamo invece del parere che la stragrande maggioranza dei dolci, se non proprio la totalità, affondi le radici nella sfera del sacro: è sicuramente così per la cassata che un tempo simboleggiava la Pasqua (chiamata perciò Pasqua di li cassati) e che oggi si prepara in ogni periodo dell'anno. Così anche per le sfinci che prima si consumavano solo in occasione della festa di San Giuseppe. Non sfuggono alla regola nemmeno il cannolo e la pignolata, già dolci tipici del Carnevale. Il periodo carnevalizio è infatti tutto interno al calendario liturgico; e i suoi precedenti più antichi vanno forse ricercati nei Saturnali di classica memoria, feste solenni romane in onore del dio Saturno. La dolceria profana, nella misura in cui esiste, quando non è di derivazione sacra, è un suo sottoprodotto. È il caso dei pipatelli, consumati la domenica sera dalla borghesia palermitana del passato. Erano infatti, per dirla con Nicola Volpes, «biscotti ottenuti impastando rimasugli di dolci di ogni genere». Tradivano pure un'origine sacra le nievuli (che un tempo si vendevano nelle strade della Capitale) dato che erano «cialde simili alle ostie abbrustolite e leggermente zuccherate». Si obietterà che certi dolci tuttora prodotti e un tempo tipici di alcuni riti di passaggio (nozze e battesimo), come i tetù e le taralle, sembrano sfuggire al mio assunto. Ma a ben riflettere, a parte il fatto che essi – come del resto i confetti – caratterizzavano momenti decisivi della vita, solitamente scanditi in tutte le culture da pratiche magico-religiose, i tetù erano (e continuano ad essere) anche specialità della “festa” dei morti; le taralle una squisitezza d'origine ebraica nella cui preparazione entra il succo di cedro, frutto sacro che gli Ebrei solevano tenere in mano entrando nel Tempio. I gelati e le caramelle sono probabilmente i soli prodotti tipici dell'arte dolciaria profana, anche se non è da escludere che potessero avere qualche rapporto che non conosciamo con la sfera sacra nel momento della loro prima preparazione. Certo è che sono figli della cultura araba, tenuto conto che vengono manipolati entrambi con lo zucchero che, com'è noto, fu importato in Sicilia dagli Arabi. Non c'è dubbio inoltre che, almeno nei centri agricoli, il gelato un tempo si mangiava sotto forma di pezzo duro solo in occasione delle feste del Santo Patrono. Le caramelle, prodotto squisitamente urbano, si vendevano in mezzo alle strade. È, in particolare, il caso di quelle d'artìa che il caramillaru preparava «utilizzando come forme certe striscioline di carta arrotolata». Ebbene, saranno state pure prodotti della dolceria profana, parto della fantasia creativa di poveri diavoli che facevano salti mortali per rimediare il pranzo e la cena... ma di fatto il venditore sentiva il bisogno di farsi il segno della Croce appena vendeva la prima caramella della giornata. Origine sacra avevano pure i dolci nati all'epoca degli dei falsi e bugiardi. L'esempio più noto è quello delle famose focacce a base di farina, sesamo e miele (mylloi), raffiguranti le pudende femminili, che i Siciliani offrivano in grandi canestri a Demetra e Persefone in occasione delle Tesmoforie, accompagnando l'offerta con gesti osceni e linguaggio licenzioso. Curiosamente questo dolce, almeno nella forma, ma con ingredienti diversi (pasta di mandorla, crema d'uovo e marmellata d'albicocche), è stato riprodotto per secoli dalle suore della Badia del Cancelliere di Palermo con il nome di feddi di cancilleri. E si noti che nella capitale dell’Isola si scrive “feddi” (fette) ma si legge natiche, chiappe. I mustacei dell'antica Roma, la cui ricetta (a base di farina, cacio, mosto, anice, cimino e scorza d'alloro) ci è stata tramandata da Catone nel De Agricoltura, furono creati per solennizzare le nozze di Saturno. Il loro nome ancora oggi riecheggia nel sicilianissimo mustazzolu, caratteristico delle feste di Natale, nonché «uno dei dolci tipici della nostra isola che può assumersi a simbolo della lunga durata nelle sue strutture di base, pur nelle modificazioni e innovazioni sia delle tecniche di manipolazione, che delle valenze rituali e, in generale, di temperie culturali». Non rimane più traccia, invece, della placenta, descritta da Catone e avente come ingredienti essenziali farina, cacio e miele «fragrante di timo ibleo». Ma un dolce siciliano evocativo delle antiche focacce dolci si prepara ancora: la fuàzza di purtuisa. E il miele siciliano continua a dare fragranza e sapore a molti dolci natalizi, a cominciare dalla favuzza, che nel nome e nella forma allude al fallo. Rimandano pure al sesso, sia pure indirettamente, altri dolci a base di farina e miele destinati ai bambini. Non per caso alle bambine si regala (o meglio si regalava) la pupa e ai maschietti lu cavaddruzzu (cavallino). Moltissimi sono i dolci devozionali con il miele. In proposito vale la pena di riportare le parole di Sebastiano Burgaretta, autore di un pregevole saggio su api e miele degli Iblei: «A Natale, con l'inizio dell'anno liturgico si usa tutt'ora preparare il torrone di mandorla, la più pregiata della quale è quella di Avola, che appunto si presta benissimo alla confezione di confetti e di torrone a base di miele. Leonardo Sciascia ha scritto: "Con tanta abbondanza di mandorle, ad Avola prospera la produzione dei confetti e del torrone. Il quale è prodotto in due tipi: bianco e caramellato, più docile al coltello e ai denti il primo, più duro e quasi vetrino il secondo […]. Forse nel primo ha parte più importante il miele, che ad Avola se ne ha di ottimo"... A base di miele si prepara, ad Avola e dintorni, anche la ghiugghiulena, un impasto di sesamo e miele. Biscotti di farina e miele si preparano in tutto il Siracusano per la ricorrenza di Natale». Ad Avola, a detta dello stesso Burgaretta, hanno forma della lettera S oppure di spirale e sono chiamati mustazzola, a Noto pasti ri meli, a Sortino piretti, giacché sembrano piccole pere con all'interno frammenti di mandorla abbrustolita. A Noto e nel Modicano si preparano rami ri meli, dolci dalla forma di ramoscelli fatti con farina e miele. Non è superfluo aggiungere che questi dolci (che peraltro trovano precisi riscontri nel Palermitano nei cosiddetti “miliddi” e nei “pupiddi nanau” che si preparano in occasione della festa dei Santi Cosma e Damiano) si danno ai bambini sotto forma di strina, strenna di Capodanno. I mustazzola ri meli sembrano discendere direttamente dai dolciumi immortalati da Teocrito nell'idillio XV, meglio noto come “Le Siracusane”, i cui versi sono stati tradotti in siciliano dal poeta netino Gaetano Passerello: 'Nta li maiddi tanti fìmmineddi/ 'mpastanu ccu farina rosi e ciuri/ ccu ogghiu e meli e tanti pampineddi/ e tutti a gloria di stu gran Signuri. (Nelle madie tante donnette / impastano con farina rose e fiori, / con olio e miele e tante erbette aromatiche, / e tutto a gloria di questo gran Signore). Nello stesso periodo a Modica si preparano i nucàtulì, con miele, farina, fichi secchi e noci tritate avvolti in una sottile sfoglia di pasta. Altro dolce natalizio a base di miele è la pignuccata, fatta con farina e uova. Altrettanto tipici del Modicano sono i dolci di Natale anch’essi al miele e conosciuti citrata e aranciata. Nella vicina Ragusa si usa preparare le palmette, «dolci a base di farina mescolata con mandorla tostata e triturata e miele. Si fanno dei romboidi un po' schiacciati che vengono cotti al forno». C'è, in tutti i dolci natalizi a base di miele, un'unità significante di un comune sistema di comunicazione non verbale. Nel caso dell'aranciata e della citrata di Modica ciò che più colpisce, oltre alla proverbiale durezza, è la forma cilindrica, simbolo fallico per antonomasia. Ancora più sfacciato è il sottinteso erotico della chiavi di san Petru (in pasta di miele o impastata con altri ingredienti) che si mangia il 29 giugno a Palermo, nel Partinicese, a Sciacca e in altri comuni siciliani. «Vi sono chiavi di mezzo metro, anche d'un metro, che si portano sopra tavolette», scriveva Giuseppe Pitrè. «La gridata per lo spaccio delle chiavi è tradizionalmente questa: Chi l’haiu bedda grossa la chiavi... haiu la chiavi grossa». E se il venditore ambulante esaltava oltre ogni credere la grossezza della chiave, il fidanzato era sempre lieto di regalarla alla futura sposa «come dovere di galateo amoroso». Per chiuderla momentaneamente qui, persino certi dolci fìtomorfi come le palmette di Ragusa, evocativi della pianta sotto cui si rifugiò Maria Vergine durante la fuga in Egitto, ammiccano a certe dolcezze pruriginose. Sì, perché la palma è simbolo di fecondità. Non a caso in Puglia un dolce a forma di palma è donato dal fidanzato alla fidanzata, la quale calcola la portata dell'amore del promesso sposo basandosi sull'altezza del dolce ricevuto. Ed è forse privo di significato il fatto che in Sicilia alla fine del corteo nuziale, le amiche offrivano abbondanti cucchiate di miele alla zita? Certamente no, considerato che nelle comunità siculo-albanesi era la suocera ad aspettare all'uscio la nuora per porgerle un cucchiaio di miele, quel provvidenziale «dono celeste della rugiada» di virgiliana memoria, simbolo di vita e di morte, talismano infallibile di rigenerazione e continuità della specie umana.

giovedì 19 febbraio 2015

Corso SiciliAntica: lezione sulla presenza ebraica nella Val di Mazara


di Piazza Marineo
Nuova lezione al Corso di Cultura e Storia dell’Arte Ebraica organizzato da SiciliAntica in collaborazione con l’Istituto Siciliano Studi ebraici, UniPegaso, Officina di Studi Medievali e Fildis. 
Giovedì 19 febbraio 2015 alle ore 16,00, dopo la presentazione di Alfonso Lo Cascio, della Presidenza Regionale SiciliAntica, si terrà la lezione dal titolo “Presenza ebraica nella Sicilia occidentale (Trapani e Marsala )”. Relatore sarà Enrico Caruso, Direttore del Parco Archeologico di Monte Jato. Il giorno successivo, venerdì 20 febbraio, alle ore 16,30, Francesca Paola Massara, Docente di Archeologia, Arte e Iconografia Cristiana presso la Facoltà Teologica “S. Giovanni Evangelista” di Palermo parlerà di “Gli Ebrei a Mazara del Vallo”. Il Corso prevede nove lezioni dedicate alla presenza ebraica in Sicilia nelle diverse età storiche fino alla loro espulsione del 1492, le comunità nelle tre Valli in cui era divisa l’Isola, le loro sinagoghe, l’alfabeto e i suoi simboli, la letteratura e i manufatti. Previste inoltre visite guidate a Palermo, Mazara del Vallo, Marsala, Siracusa, Modica. Le lezioni si terranno a Palermo presso Unipegaso, Via Maqueda, 383 (Palazzo Mazzarino). Alla fine del Corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Per informazioni: Tel. 346.8241076. E-mail: palermo@siciliantica.it.

mercoledì 18 febbraio 2015

Il grano, l’ulivo e l’ogliastro: Bolognetta, rinviata la presentazione del libro


di Piazza Marineo
Rinviata per un lutto familiare dell'autore la presentazione del libro di Santo Lombino “Il grano, l’ulivo e l’ogliastro. Bolognetta-Santa Maria dell’Ogliastro, 1570-1960”, edito dall'Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici di Palermo. Vi terremo informati sulla prossima data.

Settimana Internazionale dello Scoutismo: grande raduno a Bagheria


di Piazza Marineo
Il 21 e 22 febbraio prossimo Bagheria sarà riempita dalle camicie azzurre degli scout dell'Agesci che celebreranno insieme la Settimana Internazionale dello Scoutismo. 
Il filo conduttore delle attività è la "Libertà, la ricerca del suo senso vero e del suo buon uso". I partecipanti - 600 tra bambini, giovani ed educatori - saranno ospitati nelle strutture messe a disposizione dalla Città di Bagheria e vivranno dei momenti di fraternità e condivisione, caratteristica principale del movimento scout internazionale. I ragazzi provenienti da Marineo, Termini Imerese, Trabia, Altavilla Milicia, Vicari e Bolognetta, saranno accolti dai gruppi presenti sul territorio bagherese: Bagheria4 e Bagheria1.

lunedì 16 febbraio 2015

Marineo, Pro Loco e ristoratori recuperano i piatti del Carnevale


di Piazza Marineo
La Pro Loco di Marineo ha intrapreso un rapporto di collaborazione con i ristoratori locali per recuperare alcune ricette tradizionali e riproporre l’atmosfera festosa ed allegra del carnevale. Menù a prenotazione da 18 euro: martedì 17 febbraio.
I piatti proposti costituiscono patrimonio dell’antica cultura contadina e ben si adattano ad una sana e genuina alimentazione ormai poco conosciuta dalle nuove generazioni. Il carnevale, nella tradizione locale, rappresentava una occasione di riunione dei componenti di intere famiglie e amici per ritrovarsi e trascorrere in modo spensierato e allegro le lunghe serate invernali. In questi giorni festivi venivano preparati piatti e dolci tipici della tradizione contadina, si raccontavano aneddoti, si proponevano indovinelli e filastrocche spesso molto “colorite” e ricche di doppi sensi. Le serate venivano inoltre animate da balli e da gruppi di maschere che si spostavano di casa in casa. La Pro Loco da qualche anno propone il recupero di tale tradizione, ormai poco diffusa, nel tentativo di farla conoscere alle giovani generazioni e scongiurare che tale patrimonio culturale venga smarrito. Aderiscono all’iniziativa: l’Agriturismo Parco Vecchio; il Ristorante Al Castello; la Trattoria Pit Stop, Alpe Cucco Turismo Rurale e il Ristorante Roccabianca.

sabato 14 febbraio 2015

Le stragi nel Mediterraneo: non possiamo far finta di niente!


di UMEC-WUCT
Ancora una volta, quasi ogni settimana, l’immenso cimitero del Mare Mediterraneo accoglie centinaia di vittime del grande esodo africano e mediorientale.
Donne, uomini, bambini fuggono da guerre, fame, inenarrabili violenze. Sono caricati, come schivi e bestie, su fatiscenti navi per intraprendere una terribile e talora mortale avventura. Hanno lascito famiglia, amici, la loro terra per cercare una vita più umana e un futuro migliore. Partono dalle “periferie del mondo” per venire da noi. Hanno fiducia in noi, ma sovente le loro speranze sono inghiottite dalle fameliche onde del mare. Cercano calore umano ma vengono ammazzati dal freddo della notte. Non possiamo restare a guardare! Siamo chiamati alla responsabilità e alla fraternità! L’Europa (ed ogni nazione europea) deve prendere consapevolezza e responsabilità per trovare, al più presto possibile, risposte adeguate alle disperate lacrime e alle urla di aiuto che ci chiamano ogni giorno, ogni notte. Non possiamo vivere nell’illusione di poter fermare le grandi migrazioni. Il mondo sta cambiano ed è nostro compito fare del nostro meglio, con l’aiuto di Dio, perché il mondo cambi bene. Non possiamo turarci occhi ed orecchie, non possiamo indurire il nostro cuore e paralizzare le nostre mani. Occorre ringraziare chi sa darsi da fare, con generosità e responsabilità, per aiutare questi nostri fratelli. L’UMEC-WUCT invita le scuole e gli insegnanti a sollecitare la società, le famiglie, gli alunni al fine di promuovere un’adeguata comprensione del complesso fenomeno delle migrazioni e dei rifugiati, di far maturare la cultura dell’attenzione all’altro, della solidarietà, della generosa accoglienza e della pace, sostenuti da quei valori che esaltano la dignità dell’uomo, di ogni persona.

venerdì 13 febbraio 2015

Il grano, l’ulivo e l’ogliastro: Bolognetta nel nuovo libro di Santo Lombino


di Virginia Bonura
Si presenta domenica 22 febbraio 2015 alle ore 16.30 a Bolognetta, presso il Centro intergenerazionale di via Vittorio Emanuele n. 108, il volume “Il grano, l’ulivo e l’ogliastro. Bolognetta-Santa Maria dell’Ogliastro, 1570-1960” di Santo Lombino, editore Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici – Palermo. Interverranno Antonino Tutone sindaco di Bolognetta, Rita Cedrini, Maria Grazia Guttilla, Ferdinando Maurici, Tommaso Romano. Coordina i lavori Umberto Balistreri. Sarà presente l’autore. La manifestazione nell’ambito della rassegna “Autunno/inverno, sfilano libri” organizzata dalla Biblioteca civica “Tommaso Bordonaro” e dal Comune di Bolognetta.
“Il grano, l’ulivo, l’ogliastro. Santa Maria dell’Ogliastro-Bolognetta, 1570-1960” di Santo Lombino è il secondo volume della collana “Biblioteca della Rassegna siciliana di storia e cultura”, I.S.S.P.E editore, Palermo 2015. La storiografia degli ultimi decenni ha fornito esaurienti risposte agli interrogativi che ci pone l’osservazione della realtà urbanistica e demografica della Sicilia dei nostri tempi. Gran parte degli aspetti che la connotano hanno le loro radici nei fenomeni epocali della rifeudalizzazione e nella colonizzazione interna dell’isola, sviluppatisi tra il sec. XV e il XIX. In tale torno di tempo furono infatti fondate centinaia di “città nuove” per programmatica volontà dell’aristocrazia siciliana, tutt’altro che immobilista, decisa ad affrontare, a partire dai propri interessi politici ed economici, le sfide poste dall’economia locale ed europea alle soglie dell’età moderna. All’interno di questa radicale modifica del volto dell’entroterra isolano si situa la fondazione, nell’hinterland palermitano, del comune feudale di Santa Maria dell’Ogliastro (poi simpliciter Ogliastro), dal 1883 ribattezzato Bolognetta, che oggi conta più di quattromila anime. Il suo territorio, che apparteneva nel Cinquecento alla baronia di Cefalà appannaggio della potentissima famiglia Bologna, fu scelto dal mercante Marco Mancino per l’edificazione, a partire dall’anno 1600, di un nuovo centro abitato. Attratti dalle facilitazioni economiche e fiscali e dalle concessioni di varia natura bandite dagli uomini del fondatore, molti lavoratori si stabilirono nel nuovo comune, sorto attorno ad un fondaco, crocevia di importanti vie di comunicazione. Proprio queste consentirono col tempo ai suoi “habitaturi e terrazzani” di dedicarsi, oltre che alla coltivazione estensiva di cereali e intensiva di vigneti oliveti e sommaccheti, all’accoglienza di passeggeri, pellegrini e gruppi di soldati in transito per le strade che univano Palermo a Corleone, Catania, Agrigento. Fra le risorse del territorio, le vallate del fiume Milicia e dell’Eleuterio-Risalaimi e le cave di pietrisco e di marmo “rosso antico di Ogliastro” che servì ad ornare scale pareti e balaustre di chiese e palazzi della capitale dell’isola. A beneficiare della laboriosità degli abitanti, i marchesi Mancino, potenti gestori del Monte di Pietà di Palermo, impegnati nella seconda metà del Settecento in opere pubbliche, restauri e concessioni enfiteutiche che consentirono in mezzo secolo il triplicarsi della popolazione del paese. L’Ottocento fu il secolo dei Sedara e dei mastro-don Gesualdo, che acquisirono le terre perdute dalla famiglia nobile e parteciparono alle lotte per entrare nelle “liste degli elegibili” nella prima metà, per accedere al controllo delle cariche pubbliche locali nella seconda metà del secolo. Le rivolte per l’unificazione nazionale, quella del “sette e mezzo” (1866) e numerosi delitti segnarono una “democratizzazione della violenza” che tra i suoi mille rivoli condusse anche alla nascita del fenomeno mafioso, contrastato dalle retate del prefetto Mori. L’alba del XX secolo vedrà l’esplosione di un forte esodo migratorio transoceanico destinato prevalentemente al sud e al nord America, dove si è formata un’ampia colonia bolognettese, ancor oggi molto vivace. Il volume ripercorre, anche con un articolato apparato di grafici, tabelle, immagini fotografiche, quattro secoli di vicende, personaggi e fenomeni con costanti rimandi tra la realtà locale e quella globale. L’autore fa ricco e puntuale ricorso agli studi esistenti, alle fonti archivistiche per la maggior parte inedite, reperite nei fondi dell’Archivio di Stato e dell’Archivio diocesano di Palermo, dell’Archivio storico comunale e di quello parrocchiale di Bolognetta, oltre che, per l’età contemporanea, alle fonti scritte e orali dei testimoni, le cui memorie hanno anche fornito elementi del patrimonio etno-antropologico locale. Frequente la comparazione documentata non solo con opere complessive sulla società siciliana (per esempio, le ricerche di Brancato, Di Stefano, Di Blasi, Renda, Falzone, Franchetti, Longhitano, Ligresti, Hamel, Titone, Crisantino...), ma soprattutto con i “case studies” focalizzati su altri centri abitati siciliani (come Giarrizzo su Biancavilla, Benigno su Paceco, Cancila su Castelbuono, Garufi e Santino su Roccapalumba, Gattuso su Mezzojuso, Graziano su Ciminna, De Gregorio su Cammarata, Di Francesco su Sutera, Guccione su Alia, Marrone su Bivona, Calderone e Fiume su Marineo, Oddo su Villafrati, Romano su Misilmeri, ecc.) nonché opere della nostra tradizione letteraria. Ad esempio, vengono segnalate molte analogie con fatti e misfatti di Racalmuto, raccontati da Leonardo Sciascia nelle sue “Parrocchie di Regalpetra”. Vengono inoltre esaminate con cura le diverse ipotesi storiografiche sulle tappe più rilevanti della storia del paese, come la scelta del sito della fondazione, la decisione del cambiamento di nome, la forte presenza delle donne nella vita economica, le cause dello sviluppo demografico nel ‘700 e del fenomeno migratorio del primo ‘900. Le caratteristiche sopra illustrate, accompagnate dalla piacevole verve narrativa messa in campo dall’autore, fanno de “Il grano, l’ulivo e l’ogliastro” un’opera approfondita e completa e, se per la storia si potesse dire, un lavoro “definitivo” sulla vicenda del comune siciliano.

giovedì 12 febbraio 2015

Un augurio per le 80 primavere di Totò Randazzo, artista multiforme


di Nino Di Sclafani
C'è chi sostiene, sicuramente a ragione, che la vita è un fiume senza soste e fermate. Un ruscello che nasce da un monte e, irrequieto e cangiante, scivola fragoroso tra dirupi e cascate fino a giungere placido al piano e dopo lungo scorrere si unisce al grande mare che richiama a se nella quiete della risacca ogni vita. 
Eppure non si può negare che ci sono, nel lungo fluire, delle tappe importanti nella vita di un uomo. Eccoci qui perciò a presentare un'importante ricorrenza: ottanta primavere di Totò Randazzo, nato a Marineo nel 1935. Non dico anni, ma primavere. Quale altra stagione gli può essere più congeniale? Ogni mattina è per lui un nuovo risveglio e un nuovo progetto. La vita in questione è quella di un artista: estroso, picaresco, irascibile e, al contempo interprete di delicato lirismo. Poeta, musicista e scrittore, capace di slanci e caparbietà tipiche della sua multiforme natura. Il rapporto intenso e fraterno con il poeta Ignazio Buttitta segnerà significativamente la sua ispirazione poetica che si alimenta dei sentimenti del quotidiano e che nasce, così come per Buttitta, dal moto intimo, quasi viscerale, in difesa dell’uomo e delle sue prerogative. Testimone di un epoca complessa, esponente di quella generazione sopravvissuta al secondo conflitto mondiale e approdata speranzosa ai mitici anni cinquanta ed alle promesse di benessere duraturo, Totò Randazzo ha incarnato tutte le aspettative, le illusioni e i fallimenti di quella stagione. Ad ogni caduta, però, è seguito un rialzarsi, ostinatamente, per intraprendere una nuova avventura. L’elemento centrale delle poesie e della sua vita rimane il forte legame tra l’autore e la sua terra. Per chi è nato e cresciuto a contatto di un microcosmo rurale che si insinuava prepotente nella vita degli uomini che, con fatica, conducevano la dura lotta per la sopravvivenza, rimane indelebile il rispetto per quella natura dispensatrice di “provvidenza”, dei suoi millenari ritmi, dell’avvicendarsi delle stagioni che segnano anche il tempo dell’uomo. Ugualmente la dimensione antropologica con il suo carico di storia, tradizioni, saperi, determina un’influenza pervadente nell’opera dell’artista. Così le lunghe peregrinazioni nel mondo sono sempre seguite dal ritorno, dal riappropriarsi di quei paesaggi noti e rassicuranti, sensazione che il nostro territorio riesce a garantire ai suoi figli lontani che non recidono mai quel filo di appartenenza alla propria terra. La storia dell’uomo diviene così storia del territorio. Vite parallele e inscindibili. La vivacità culturale e artistica di Marineo diviene ispirazione e humus accogliente per l’intraprendenza del singolo che dagli stimoli dell’ambiente ricava i temi della propria vena artistica. Una simbiosi feconda che suscita anche nelle giovani generazioni un positivo spirito di emulazione. Così la pluridecennale esperienza del Premio di Poesia Città di Marineo, la secolare tradizione della Dimostranza, la vivacità culturale ed artistica locale, le ataviche tradizioni di culto e devozione, quella “memoria collettiva” che genera naturali disposizioni e sensibilità verso l’arte, ha permesso che persone come Totò Randazzo, pur non avendo goduto di un percorso formativo adeguato, si siano ritrovati a vivere l’esperienza culturale di un’esistenza votata all’arte di cui vogliono lasciare una testimonianza tangibile. Un affettuoso augurio.

lunedì 9 febbraio 2015

I grandi classici della letteratura: il libro Guerra e Pace di Lev N. Tolstoj


di Nuccio Benanti
Ripropongo per i lettori una recensione pubblicata tempo fa: si tratta del romanzo Guerra e Pace di Lev N. Tolstoj, da molti considerato la più grande opera della letteratura narrativa russa e una delle più grandi della letteratura europea del secolo XIX. 
Dopo il 1814 i russi entrano «in contatto diretto con la vita sociale e intellettuale dei popoli occidentali; e assieme ad un nuovo bagaglio culturale, essi finiscono per assorbire le idee politiche di impronta liberale» (Brogi Bercoff: 343). Tolstoj sceglie, non a caso, l’ambientazione in epoca napoleonica, poiché è in questo periodo che la popolazione del suo paese comincia a costruire la propria identità. L’invasione condotta da Napoleone si scontra con la difesa del generale Kutusov: una resistenza passiva, tipicamente russa, in cui le forze della natura e il territorio giocano un ruolo decisivo sull’esito finale dello scontro. Resistenza passiva, dicevamo, perché Tolstoj (caposcuola pacifista) è convinto che un grande condottiero non abbia sufficiente forza per modificare gli ingranaggi complessi della storia: tanto meno con la guerra, con la violenza, con la distruzione, con la morte. Lo scontro di Austerliz, la cosiddetta battaglia dei tre imperatori, inizia con una metafora davvero singolare: «Come nel meccanismo dell’orologio, così nel meccanismo dell’esercito in guerra, il movimento, una volta dato, è allo stesso modo inarrestabile fino all’estremo risultato» (Tolstoj: 333). Dove, il lento spostarsi della lancetta della storia è dato dall’insieme «di tutte le passioni, i desideri, i pentimenti, le umiliazioni, le sofferenze, gli eccessi d’orgoglio, di paura, d’entusiasmo di quegli uomini». Tolstoj sostiene, infatti, che il processo storico è decretato dal tempo di “lunga durata” e mai dai singoli “avvenimenti di cronaca”. Anche se poi, ad essere segnati dalle lancette (i libri di storia) sono proprio questi ultimi episodi. In parole semplici, per Tolstoj la storia viene scritta sempre dal popolo, che è per definizione umile e desidera vivere in santa pace; non dai sovrani, che invece sono ambiziosi e della guerra ne hanno fatto: prima il loro mestiere e poi la loro fortuna. Così, il nostro Napoleone diventa «l’eroe della menzogna: costui crede di guidare i popoli, ma il suo potere è soltanto apparenza» (Pljuchanova: 707). Mentre, nella resistenza passiva del generale Kutusov c’è l’identità del popolo russo, che è un'identità soprattutto popolare; in lui vediamo la raffigurazione della terra russa, che è talmente vasta, estesa, sconfinata da non potere essere certamente presa in un pugno da un uomo piccolo come il Buonaparte. E poi ci sono anche i protagonisti che si contrappongono a lui come gli eroi di un poema epico. All’inizio del romanzo, Tolstoj ci fa accomodare nel salotto di Anna Pavlovna Scherer per presentarci uno alla volta i primi personaggi, con pochi ma esaurienti tratti caratteristici. Simpatico è il paragone fra la regina del pettegolezzo e il proprietario di una filanda: «sistemati gli operai ai loro posti, s'aggira fra i suoi impianti, nota l'immobilità o l'insolito, cigolante, troppo rumoroso suono di un fuso, in fretta va là, lo trattiene o gli ridà il giusto movimento» (Tolstoj: 54). Così anche la Pavlovna dirige la conversazione dei suoi ospiti e quando sente un suono insolito per l’etichetta dell'aristocrazia russa corre subito a regolare la discussione. Per digerire la mole di personaggi e schematizzare le famiglie aristocratiche con i nomi che vi ruotano attorno, occorre la lettura di diversi capitoli. Poi si impara a riconoscerli, ad amarli o ad odiarli, toccando con mano quanto siano vivi e reali. Sembra quasi di assistere ad una rappresentazione teatrale in cui ogni personaggio appare ai nostri occhi con le proprie battute e coi propri movimenti. La cupa atmosfera del palazzo del conte Bezuchov contrasta decisamente con la futilità dei festini e delle chiacchiere prodotte in quantità industriali nella “filanda” di Anna. Perché qui, nonostante le debolezze e le meschinità umane, siamo di fronte al mistero e alla ineluttabilità della morte. In campagna, a Lysye Gory, invece troviamo la residenza della famiglia Bolkonskij, dove vivono il vecchio principe con la figlia Marja. Tolstoj mette così a confronto personaggi degli ambienti sociali della nuova capitale e dell’antica aristocrazia. Nella descrizione della società aristocratica moscovita e pietroburghese l’autore evidenzia vizi e difetti del ceto a cui egli stesso appartiene. Notiamo anche una diversità di valori tra la nobiltà di campagna e la nobiltà di città. Andrej Bolkonskij e Nikolaj Rostov non sono mai visti in una luce completamente positiva. Anzi, nel romanzo è difficile trovare un personaggio presentato con un tratto morale definito: sono tutti un po' buoni e cattivi, belli e brutti, simpatici e antipatici, forti e deboli, generosi e avari. Così com'è nella vita. Nikolaj Rostov è uno studente che è andato in guerra per inseguire un ideale militaresco. Andrej Bolkonskij è l’eroe che affronta il nemico con la bandiera stretta fra le mani, il coraggioso soldato il cui narcisismo lo fa vivere in una dimensione irrealistica. Questi personaggi emergono «come uno spruzzo bianco di spuma» in un fiume di militari che difficilmente si salvano dalla corrosiva critica morale dell’autore. Non si salvano gli ufficiali coetanei dei protagonisti (Zerkov, Denisov, Dolochov, lo stesso Boris, e tutti gli aiutanti di campo) che cincischiano, vivacchiando nell'esercito, in vista di una posizione, di una onorificenza, di un interesse personale, di un furto e mai con un'idea di servire la patria. E’ invece tra i soldati e gli ufficiali di basso rango che Tolstoj, come in una narrazione epica, ci fa incontrare una folla di personaggi, brave persone. Lo sono in modo completo e senza ripensamenti: sono uomini che fanno semplicemente il loro dovere, che obbediscono agli ordini con semplicità, con intelligenza militare, senza rivendicare encomi o medaglie. Si sente fortissimo il risvolto etico della prosa: ogni azione ogni personaggio è giudicato secondo questo metro morale. E tuttavia non è una lettura tediante perché Tolstoj sa maneggiare in modo ironico la sua materia, la scrittura. Il suo è un messaggio morale che passa senza irritare il lettore. Dicevamo che il motore della storia è il popolo. Hanno un bel dire i grandi generali vittoriosi, o i trattati di arte militare, gli strateghi grandi e piccoli. Nelle note dell’edizione BUR leggiamo che Tostoj usa ironicamente la parola “disposizione” relativamente ai movimenti che le truppe devono fare durante gli scontri. Sì, perché quello che caratterizza l'azione bellica è l’assoluta confusione: la nebbia, il rumore, i movimenti dei reparti, il fumo, nuovamente la nebbia, la difficoltà a comunicare gli ordini, le notizie false, la polvere, l'impossibilità di decidere avendo il quadro completo delle azioni e dei loro risultati. Nel corso della battaglia Tolstoj non esprime giudizi: non potrebbe farlo in mezzo a quel caos. Descrive e basta, ora qua ora là; si muove attento come il timoniere di una barca in preda alla tempesta. Nel cuore dell'azione, l'unica cosa che riesce a cogliere dalla sua postazione privilegiata di narratore sono solo i brandelli di una forza distruttrice che sovrasta e opprime pure l’autore del testo. I principi Kuragin sono calcolatori, opportunisti, viziosi. Il genio di casa, l'astuto e calcolatore Vassilij riesce pure a convincersi che i suoi spregevoli comportamenti non solo siano legittimi, ma siano il segno della sua benevolenza nei confronti delle persone che sfrutta e spreme per i suoi disegni. Chi nella vita agisce male, sistematicamente, non può vivere con l'idea che i suoi comportamenti siano riprovevoli o malvagi. Così, occorre trovare una giustificazione alle proprie azioni: il bisogno personale, le colpe degli altri, le circostanze, le consuetudini della società. Così l'ingenua principessina Mar'ja sorprende Anatol con la sciocca m.lle Bourienne e comunica al principe che non ha intenzione di sposare il suo seducente e agile figlio, capace di fare «gli scalini a tre a tre». Nella società aristocratica russa dell'inizio Ottocento (ma, in verità, non solo della Russia) non era previsto che i matrimoni fossero il risultato di una libera scelta degli sposi. Tolstoj non fa altro che descrivere un costume del suo tempo. I matrimoni erano decisi dalle famiglie sulla base di considerazioni molto varie. In un mondo in cui contavano molto le reti di relazioni tra le famiglie, i matrimoni servivano a rafforzarle. Anche i patrimoni erano importanti. Sposarsi con una ricca poteva portare sollievo a bilanci familiari dissestati da tenori di vita insostenibili rispetto alle proprie risorse. Uomini e donne accettavano questa situazione perché, evidentemente, non ne conoscevano altre. L'amore romantico esisteva, ma non era ancora collegato al matrimonio e al diritto di scelta degli sposi. In questo contesto, Mar'ja Bolkonskaja è un'eccezione e il suo vecchio padre, che le chiede di decidere da se stessa, è molto più moderno di quel che si potrebbe pensare, superficialmente, giudicando le sue fisime, i suoi attacchi di irascibilità, la sua eccentricità. Però c’è da considerare che Mar'ja studia, mentre tutte le altre donne che incontriamo, a partire da Elena, ricevono solo una educazione finalizzata a presentarsi bene in società: imparano a parlare, a ballare, a camminare, ad essere civette, a mostrarsi affascinanti o frivole al punto giusto, in attesa di un buon partito. Lisa vive questo genere di vita: concepisce un figlio, l’erede di casa Bolkonskij, una nuova vita che non potrà veder crescere. E lei si fissa nella mente di suo marito, e in quella di noi incolpevoli lettori, con lo sguardo di chi dice: «cosa ho fatto di male, perché avete fatto questo di me?». Nel momento della sofferenza e della morte ha capito di essere stata sfruttata, di essere stata obbligata a una esistenza vana, precaria, vuota. La sua è stata la vita di una fattrice: l’unico spazio che una società crudele verso le donne ha riservato per molte come lei, nonostante il principe bianco l’abbia prescelta tra tantissime concorrenti. E Lisa nella morte ritrova la sua piena dignità; ritrova la persona che è in lei e lo proclama con un rimprovero al mondo intero, che echeggia nelle stanze di quel palazzo come l’urlo di un animale sacrificato: «Perché voi mi fate questo?». I Rostov non hanno una grande immagine sociale. Sono stati anche molto ricchi, ma questo non ha inciso granché sulla consistenza della loro posizione sociale. Vivono a Mosca che è la ex capitale, antica, ma ora, piuttosto provinciale e arretrata rispetto alla rutilante brillantezza mondana e monumentale di Pietroburgo. Quest’ultima è la nuova capitale edificata da Pietro I il Grande a partire dall'anno 1703, sulle sponde del mar Baltico, la sede dell'imperatore e dell'impero russo. I Rostov non sono cortigiani: a guardarli oggi (i loro ritmi e rapporti quotidiani, le risate delle fanciulle e le corse per i corridoi, la contessa in vestaglia) sembrano una solida famiglia borghese, attenta più alle sue dinamiche interne che ai comportamenti da tenere nel mondo. Ad esempio, ci si preoccupa di più che Natasha sia felice, che non del fatto che possa fare un buon matrimonio, come si profila. Il fatto che siano nobili minori rende abbastanza comprensibile una parte della resistenza di Nikolaj Bolkonski. Uomo del secolo che è finito, di sani principi, appartenente alla grande aristocrazia militare e cortigiana dell'epoca della grande Caterina non concepisce matrimoni (contratti) che non abbiano come risultato il rafforzamento delle dinastie. La nobiltà, cittadina e di campagna, è comunque una piccolissima percentuale della popolazione della Russia, milioni di contadini sparsi nelle campagne che vivevano la peggiore condizione che gli uomini possano vivere: erano servi della gleba, «anime» asservite legalmente al proprietario terriero, trasferibili da un padrone all’altro attraverso gli atti notarili per compravendita, eredità o dote. La terra valeva molto più delle loro vite. C'erano piccoli nobili e grandi latifondisti come i Bezuchov. Questi ultimi possedevano interi distretti rurali e sulle loro proprietà i servi erano migliaia. Le condizioni di vita erano intollerabili e spesso, durante il Settecento erano scoppiate vaste rivolte che avevano messo in moto, dietro capi abili e determinati, le popolazioni di intere regioni, come quella capeggiata dal più famoso di loro, Pugacev, di cui si narra nell'altro straordinario romanzo russo: La figlia del capitano di Puskin. Quindi, gli aristocratici, gli intellettuali, la gente che conta da un lato, i piccoli, i miseri, i reietti dall'altra. Anche nel modo di concepire la religione troviamo questi due estremi: quello deista e razionale dei massoni e quello superstizioso e irrazionale del popolo. Ma questi due aspetti non sono veramente separati: all'incrocio dei due mondi religiosi c'è una cerniera che li tiene insieme e li fa muovere entrambi: per conoscere la verità occorre innanzi tutto credere. Questo, in sostanza dice Osip Bazdeev a Pierre durante il breve colloquio in attesa dei cavalli alla stazione postale. Tolstoj nell'affrontare questo tema esprime le sue posizioni critiche evidenziando: da un lato l'aspetto farsesco del rito massonico, dall'altro l’ironia a proposito dei miracoli visti dai pellegrini. Entrambe appaiono religioni discutibili. Ma poi ci accorgiamo che c'è una terza religiosità verso la quale sembra avere un occhio di riguardo: è quella della principessina Mar'ja; la religione cristiana autenticamente e semplicemente vissuta, che si nutre dei due principi professati da Gesù: la preghiera e l'amore. Ci eravamo immersi, non senza timori, nel nostro fiume di parole col preambolo storico. Ci siamo fatti trasportare, come un tronco che galleggia, dalle correnti di parole di Tolstoj. Ora, costretti dal limite dello spazio a riguadagnare la terra ferma, nella nostra mente torna a vorticare una domanda iniziale: cosa stringiamo fra le mani? Un romanzo, uno scritto storico, epico, sociale, psicologico o cos’altro? Il nostro è il disagio provato da chi pretende a tutti i costi di ordinare, schedare, classificare. Ancora una volta ci rendiamo conto che alla scrittura non resta altro che rappresentare l’adamitico dilemma. Dopotutto, anche quello di Tolstoj potrebbe essere stato l’ennesimo tentativo di cibarsi impunemente del frutto proibito, quello della conoscenza del bene e del male, nell’eden della scrittura.
Bibliografia:
Brogi Bercoff G., Colucci M, Garzonio S., 1997, La letteratura di inizio Ottocento in Storia della civiltà letteraria russa, 3 voll., I, pp. 341-346, UTET, Torino.
Braudel F., 1973, Storia e scienze sociali, La “Lunga durata”, trad. it., in Scritti sulla storia, Mondatori, Milano.
Lo Gatto E., 2000. Storia della letteratura russa, Sansoni, Firenze.
Pacini Savoj, 1997, Guerra e Pace in Storia della civiltà letteraria russa, 3 voll., I, pp. 704-709, UTET, Torino.
Pljuchanova M., 1997, Tolstoj, cit., pp. 690-721, UTET, Torino.
Propp. V. Ja., 1979, L’epos eroico russo, Newton C., Roma.
Tolstoj L.N., 2007 - Guerra e Pace, cit, Bur, Milano.