martedì 2 settembre 2014

Marineo, domenica in piazza Castello il 40° Premio internazionale di poesia


di Piazza Marineo
Nel solco di una tradizione che si rinnova ogni anno, le Fondazioni Culturali “G. Arnone” celebrano la quarantesima edizione del Premio Marineo con un riconoscimento speciale a Michele Placido.
Oltre a riconoscere le qualità e la notevole professionalità di un attore che vanta una lunga carriera cinematografica e teatrale, oltre ad una lunga esperienza come autore e regista, la giuria del Premio – presieduta da Salvatore Di Marco e composta da Flora Di Legami, Giovanni Perrone, Ida Rampolla, Tommaso Ro­ma­no, Mi­chela Sacco Messineo e Ciro Spataro – ha voluto anche manifestare l’apprezzamento pieno per l’impegno civile di Michele Placido a favore delle problematiche sociali, affrontate con sensibilità e coraggio, interpretando ruoli di personalità del nostro tempo tra cui Giovanni Falcone, Enzo Tortora ed Aldo Moro. «Il Premio Marineo – dice presidente delle Fondazioni, arch. Guido Fiduccia – pur tra tante difficoltà in quarant'anni è riuscito ad assolvere un ruolo di servizio culturale non solo nel territorio provinciale ma in tutta la nostra Regione». E aggiunge: «In tutti questi anni la rassegna è sempre riuscita a portare a Marineo personalità di levatura internazionale, e la scelta di Michele Placido, per la quarantesima edizione, conferma il livello culturale del Premio». L'appuntamento è per domenica 7 settembre, alle ore 18, in piazza Castello a Marineo. Presenta Katiuska Falbo. Voce recitante Enzo Rinella.

Premio Marineo, ecco i nomi dei poeti che riceveranno il riconoscimento


di Piazza Marineo
Sarà Katiuska Falbo, domenica 7 alle ore 18, a dare il via alla cerimonia di premiazione del 40° Premio Marineo, in piazza Castello. Ecco i nomi di tutti i poeti premiati.
Nell’ambito della poesia edita in lingua italiana la giuria ha attribuito il primo premio ex- aequo a Piero Longo, con la silloge “Probabili Orditure”, Plu­melia Edizioni, e a Danilo Mandolini, con la silloge “A Ritroso”, Edizioni L’Obliquo. Oltre ai vincitori sono entrati nella rosa dei finalisti anche i seguenti autori: Luigi Mazzella, con “I pazzi e le smorfie”, Genesi Editrice; Ildo Cigarini, con “Varchi”, Book Editore; Loretto Ra­fanelli, con “L’indice delle distanze”, Jaka Book; Ales­sandro Quattrone, con “Prove di lontananza”, Book Editore; Francesco Marani, con “Terza De­clinazione”, Book Editore. Nella sezione opere inedite in lingua siciliana il primo premio, con diritto alla pubblicazione della raccolta, è stato assegnato a Salvatore Gaglio, con “La vita e l’amuri”. Sono risultati inoltre finalisti: Ema­nuele Insinna, con la raccolta “Petrafennula” e Stefano Lo Cicero, con la raccolta “Mutivi”. Nella sezione opere edite in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato ad Angela Bonanno, con la silloge “Pani schittu”, edizioni CFR. Nella stessa sezione sono risultati finalisti: Lia Mauceri, con la silloge “Ciaramìtuli, edizioni Drepanu; Rosa Maria Ancona, con la silloge “Appunti per un libro di versi”, Edizioni Thalìa; Mario G. B. Tamburello, con la silloge “Diapason”, Edizioni La Zisa. La commissione, inoltre, ha deciso di assegnare una targa premio a Erika Re­ginato (Vene­zue­la) per l’opera straniera “Gli eletti”, tradotta in lingua italiana da Emi Rabuffetti, Raffaelli Editore. La poetessa ha al suo attivo una serie di lavori che hanno favorito lo scambio culturale tra l’Italia e il Venezuela, avendo lei tradotto diversi testi di poeti italiani e sudamericani.

lunedì 1 settembre 2014

Settembre? Panna cotta al cioccolato, rum e cardamomo


di Antonietta Pasqualino Di Marineo
Mi piace il cioccolato. Dicono anche che faccia molto bene, e a noi piace crederlo! Ultimamente, poi, mi capita di comprarlo spesso, mi trovo (non so come!) davanti agli scaffali dei supermercati... 
Quelli con tutte quelle tavolette con delle percentuali molto alte di cacao e molto basse di altri ingredienti, e non resisto, e le compro... Poi le tengo in borsetta (cioè quei sacchi ingombranti che mi porto sempre appresso!) e le uso nel momento del bisogno... Che non saprei bene identificare, ma sono frequenti... Non so poi se è colpa (o merito) del freddo, ma lo inserisco anche spesso nei dolci che preparo come questa panna cotta.
Panna cotta al cioccolato, rum e cardamomo
Ingredienti:
(per circa 30 tazzine da caffè)
latte 1 l
panna 1/2 l
cacao amaro in polvere 150 g
zucchero 250 g
colla di pesce 25 g
rum 20 g
cardamomo 3 baccelli
- versare 1/2 l di latte e la panna in un pentolino
- aggiungere i semi di cardamomo tritati
- portare a ebollizione
- ammollare la colla di pasce in acqua fredda
- mescolare il cacao con lo zucchero
- aggiungere il 1/2 l di latte tenuto da parte e mescolare fino a quando non ci sono più grumi
- filtrare il latte+panna caldi, in modo da levare il cardamomo
- rimettere sul fuoco
- aggiungere il composto di cacao+zucchero+latte
- aggiungere il rum
- lasciare cuocere per 5 minuti mescolando bene
- spegnere
- aggiungere la colla di pesce ben strizzata
- distribuire nelle tazzine da caffè
- lasciare raffreddare per 4 ore
- finire con un ciuffo di panna montate prima di servire (facoltativo)
© http://boxing-catering.blogspot.it/

domenica 31 agosto 2014

Poeti marinesi. Laura La Sala: Rocca di Marine' ricca ti lassu...


di Laura La Sala
Rocca di Marine' ricca ti lassu, nun sulu lu me amuri li me versi…
Ti lassu lu me cori, la me genti, ca spissi voti avi la vita fatta di nenti. Ma quannu vaiu fora e po’ ritornu un suspiruni nesci di lu pettu. Si l'ossiginu e m'arripìgghiu, comu si mi mancassi aria suli e mari. Si comu na matri: cummogghi li mancanzi, oddii rancura, lacrimi ca nescinu di lu funnu di lu cori. Mi pari un liuni abbrancicuni prontu a nesciri l'ugna. Proteggi lu to locu, la to genti. Ti lassu ricca di orgogliu e sintimenti.

venerdì 29 agosto 2014

La fine dell'industria italiana: finanza speculativa e delocalizzazione


di Nino Di Sclafani
Nel volumetto “La scomparsa dell’Italia industriale”, dato alle stampe nel 2003 presso Einaudi, dal sociologo Luciano Gallino, si interpretavano, con coerenza e lucidità, i segnali inequivocabili del declino della manifattura italiana individuando responsabilità politiche e industriali e prefigurando un futuro a tinte fosche per il settore secondario italiano.
Le visioni di Gallino, a distanza di un decennio, risultano profetiche. Al colpevole abbandono di segmenti di eccellenza in cui l’Italia aveva avuto negli anni '80 e '90 un ruolo di leader (uno per tutti l’informatica con la Olivetti), si aggiungono oggi il fenomeno delle delocalizzazioni ed il rapace colonialismo finanziario che vede i brand più prestigiosi dell’industria nazionale cadere nelle mani di investitori esteri non sempre mossi da sincere intenzioni di rilancio. La delocalizzazione non è un fenomeno nuovo. Dall’apertura verso est, conseguente alla caduta del muro di Berlino, nuovi distretti industriali sono sorti in Polonia, Albania, Slovenia, Croazia e progressivamente anche in Romania e Bulgaria. La possibilità di utilizzare mano d’opera a basso costo e fruire di regimi fiscali agevolati con legislazioni assai permissive in tema di inquinamento ambientale e sicurezza sul lavoro, ha motivato certi industriali assai sensibili a massimizzare il profitto a scapito delle tutele e dei diritti dei lavoratori, a smontare nottetempo i loro macchinari per reimpiantarli dopo pochi giorni in uno di questi paesi facendo trovare nella casella della posta una fredda lettera di licenziamento agli operai italiani. L’esplosione del fenomeno Cina e del sub continente indiano ha dato il colpo di grazia. I capitani d’industria occidentali possono contare dai Balcani all’oceano Pacifico su due miliardi di operai disposti a lavorare anche 16-18 ore die per un paio di dollari al giorno. La prossima frontiera riguarderà il terziario. Sono milioni i giovani cinesi ed indiani che ogni anno conseguono una laurea e si mettono sul mercato a condizioni assai competitive. Pensate che potrà esserci un futuro lavorativo per i nostri giovani? La crisi scatenata tra 2007 e 2008 dal fenomeno dei subprime e dal colpevole comportamento di alcune banche americane ha rappresentato l’alibi perfetto per acuire ancor più il fenomeno delle delocalizzazioni giustificando le scelte aziendali dall’irrinunciabile esigenza di “stare sul mercato” , “migliorare la competitività”, abbattendo i costi della forza lavoro. Nel frattempo, però, la crisi finanziaria è felicemente superata, le borse sono ai massimi, l’economia reale europea, invece, è al collasso con milioni di licenziamenti e fallimenti. Non è necessario essere economisti per comprendere che lo stratagemma di delocalizzare le attività industriali verso paesi che offrono larghi margini di risparmio risulta vincente solo se riguarda una limitata porzione del complesso produttivo di un sistema industriale. Quando il fenomeno invece si estende a porzioni significative di quel sistema, si verifica un depauperamento della componente reddituale della fascia lavoratrice che genererà di conseguenza un calo della domanda interna tale da innescare quel processo recessivo che sta falcidiando l’occupazione nel nostro paese. Un sistema industriale debole attira gli appetiti delle multinazionali che, disponendo di capitali enormi, vengono a saccheggiare quel che resta dell’italica industria, sfruttando il miope e pavido atteggiamento dei nostri industriali pronti a disimpegnarsi e monetizzare le loro partecipazioni per indirizzarle su investimenti nella finanza speculativa in qualche paradiso fiscale. Mentre questo disastro si consuma cosa fa la nostra politica? Il presidente del Consiglio ha più volte sostenuto che «la globalizzazione rappresenta una grande opportunità» e, commentando l’acquisto dell’italiana Indesit da parte dell’americana Whirpool, ha sostenuto che si trattava di «un’operazione fantastica. Spiace constatare che il segretario del partito che ha raccolto l’eredità di una forza politica che, pur tra luci ed ombre, ha rappresentato per decenni lo strenuo baluardo di difesa della classe operaia, si lanci in proclami quanto mai discutibili. In che misura l’attuale fallimentare condizione dell’industria italiana determinata da una selvaggia globalizzazione può rappresentare, per qualche furbastro, un’opportunità? Ve lo dirò prossimamente.

giovedì 28 agosto 2014

Con quale spirito abbiamo celebrato la festa per onorare San Ciro?


di Ciro Realmonte
Quale festa abbiamo celebrato per onorare San Ciro? Le magistrali riflessioni in occasione della celebrazione eucaristica vigiliare alla festa di padre Giuseppe Di Salvo, e della domenica di padre Giacomo Ribaudo, nonchè le varie esortazioni di don Leo, ci hanno dato una ulteriore occasione per verificare quale sia il nostro percorso verso un vita modellata a quella di Gesù, attraverso l'insegnamento di San Ciro.
La festa deve sempre ispirare il nostro comportamento quotidiano ai valori cristiani che sono identificabili anche con quelli etici e cioè: rispetto della persona, accoglienza. Scriveva mons. La Spina in "Omaggio a San Ciro" : "La festa (...) questa espressione acquista una particolare pienezza quando il suo sfondo psichico-conscio è costituito dall'esperienza, dalla percezione dell'assoluto e del mondo dell'assoluto. Vorremmo che nella festa di San Ciro la comunità parrocchiale compisse questo passo, facilitata com'è dall'esempio e dalla presenza del santo che ottiene dal Signore favori e grazie." Questo è un cammino che deve essere accolto, vissuto in prima persona nelle ordinarie esperienze quotidiane, solo così potremmo trasformare il "mondo". Che bello vedere piazza Sainte Sigolène stracolma di fedeli che partecipano alla liturgia, che accolgono la Parola, proclamata e commentata. E' suggestivo ed edificante vedere tanti fedeli che con il cero in mano seguono l'urna di San Ciro. Invece, che paradosso assistere al diniego del posto a sedere ad una persona anziana, durante la celebrazione eucaristica di domenica sera! Che tristezza constatare il mentire sull'appartenenza ad una congregazione, con la finalità di assicurarsi un posto tra i primi. Con quale spirito partecipiamo, solo per adempiere a un rito che diventa in questo modo "pagano"? Che dolore vedere il lunedì sera in via Vittorio Veneto un numerosissimo pubblico di battezzati che, dopo aver partecipato ai vari momenti religiosi, messa e processione, ora con molta indifferenza e superficialità incoraggiava con risate ironiche e applausi scanzonatori un "fratello" che si considerava essere un cantante e che si esibiva in improvvisate esibizioni canore. Bravi Rosalba e Pippo che, scandalizzati e irritati per quanto avveniva, si allontanavano indignati! Si celebrava, infatti non l'amorevole accoglienza del fratello; ma purtroppo l'arrogante presunzione di avere il diritto di ridicolizzare "la persona" pur di appagare il desiderio di trovare una risata in una sera di festa in onore a San Ciro! San Ciro che ha vissuto la sua vita alla ricerca del Signore nel servizio ai fratelli. San Ciro che andava incontro al debole e al malato. Come sempre, dividiamo il tempo del sacro dalla vita quotidiana. La celebrazione solenne di domenica sera ha visto coinvolti nel servizio della proclamazione della Parola di Dio fratelli diversamente abili e poi… lunedì sera ridiamo a crepapelle scanzonando un fratello. Mi piace pensare che quel fratello, deriso e burlato, è proprio lui il Signore che celebriamo nelle nostre liturgie. E' proprio lui, il fratello che vive in Tanzania e in Burkina Faso come in ogni angolo del mondo, che è proprio Lui che l'Unitalsi accoglie e ama. E' vero che Marineo si distingue per la solidarietà fraterna, ma purtroppo accade anche questo. Quale festa abbiamo celebrato se i valori semplici come il rispetto dell'altro, della stima, della carità sono così calpestati e derisi in deplorevoli comportamenti di questo genere? Non si gratifica un fratello con false espressioni di apprezzamento e di incoraggiamento a proseguire nelle varie perfomance canore. Che vergogna, quale testimonianza abbiamo dato ai non cattolici? San Ciro, ti chiediamo scusa, se non siamo stati capaci di allargare il nostro cuore al fratello, e come ci ricordava padre Giacomo, di donare il nostro cuore a Gesù per fare nostro il Suo. Allora vorrei ripetere a me stesso e a tutti, quello che padre Giuseppe Di Salvo ci ha consegnato come momento di verifica per questa festa: il 12 ° Capitolo ai Romani e in modo particolare il versetto 10: "amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda". Sarà vera festa quando saremo capaci di abbracciare Gesù in ogni fratello, solo così possiamo celebrare l'Eucaristia, sacramento di Unità e di Amore!

mercoledì 27 agosto 2014

L'inchiesta sui Fasci Siciliani: Marineo alla 71^ Mostra del Cinema di Venezia


di Nino Di Sclafani
Nell'ambito della 71^ Mostra d'Arte Cinematografica Internazionale di Venezia 2014, il prossimo martedì 2 settembre alle ore 14,30 presso l'Hotel Excelsior Lido di Venezia sarà presentato il progetto: "1893 - L'inchiesta".
Un viaggio cinematografico in una pagina dimenticata della storia italiana del XIX secolo: la protesta del movimento dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Un affresco corale nel contesto del passaggio da un'epoca all'altra: la fine dell'Ottocento e l'avvento della società capitalista, le lotte contro lo sfruttamento del lavoro, le speranze di riscatto dei laceri contadini siciliani dalla schiavitù del feudo, e insieme la prima crisi economica europea, la miseria, la disoccupazione, la turbolenta vita politica e parlamentare del Regno d'Italia. Tratto dall'inchiesta realizzata in Sicilia nell'ottobre del 1893 dal giornalista veneto Adolfo Rossi all'epoca inviato del quotidiano romano La Tribuna. Un viaggio e un'inchiesta straordinarie, con qualche sorpresa per la comprensione dei fatti di oggi. Il documentario, realizzato in collaborazione con Sicilia Film Commission - Programma Sensi Contemporanei, ha ottenuto anche il patrocinio del Comune di Marineo. Parte delle riprese sono state realizzate proprio nel nostro paese seguendo le vicende dell'insurrezione e dell'eccidio del 3 gennaio 1894. Alla presentazione interverranno insieme all'autrice Nella Condorelli, Luigi Contegiacomo direttore dell'Archivio di Stato di Rovigo, Laura Delli Colli, presidente Sindacato Giornalisti Cinematografici Italiani, Michela Stancheris, assessora al Turismo Sport Spettacolo della Regione Siciliana.

martedì 26 agosto 2014

Ultimo scorcio d'estate: preparazione dell'estratto di pomodoro steso al sole


di Pippo Oddo
Quale Siciliano non conosce l’astrattu? E quale palermitano non ha mai mangiato a pasta c’anciova o ’a milanisa? Oggi è raro vederlo per strada, ma decenni fa, soprattutto nei paesi, era facile vedere per le strade l’astrattu stinnuto, l’estratto steso al sole.
L’estratto viene impiegato per realizzare ottimi sughi per primi, carni o pesci dal sapore molto intenso e particolare. Sarebbe impossibile elencare in questo post tutti i piatti in cui si usa l’estratto, ma voglio ricordare, giusto per far venire l’acquolina in bocca ai miei conterranei, i milincianeddi ammuttunati (melanzanine imbottite), i purpetti ri sardi (polpette di sarde), a tunnina ammuttunata (tonno imbottito). Ma una noce di estratto va anche aggiunta alla pasta ch’i vruocculi arriminati (pasta con i broccoli in tegame), a pasta ch’i sardi (pasta con le sarde), o per dare maggiore struttura ad un ragu’ di carne, un brociolone (rollò), un sugo di pittinicchi (puntine di maiale con l’osso) o piruzzi ri porco e cutini (piedini di maiale e cotenne). Insomma non ci manca certo l’occasione per mettere na’ nuccida d’astrattu nei nostri piatti. Come si fa? Per ottenere 1 Kg, di estratto è necessario utilizzare circa 30 Kg. di pomodoro. Si lava bene il pomodoro e si mette a cuocere con il sale.La cottura ideale è nella quarara sulla fornacella, ma va bene anche un pentolone di acciao sul fornello della cucina di casa, non usate alluminio perchè l’acidità del pomodoro corrode il metallo e contamina l’estratto. Si lascia cuocere almeno per un’ora o comunque fino a quando non si restringe, mescolando a fondo di tanto in tanto con un cucchiaio di legno (o cucchiaione per la quarara). Quindi si passa al setaccio e si “stende al sole” su tavole di legno o nei fanguotti i famosi piatti in terracotta smaltata o ceramica tipici dell’artigianato locale. C’è una differenza sostanziale tra la tavola di legno e il piatto in ceramica, perchè il legno assorbe il liquido del pomodoro che quindi resta più asciutto rendendo l’estratto più granuloso, mentre nel piatto il liquido non si perde ma si concentra con l’essicatura e conferisce un aspetto più liscio e fine all’estratto e un gusto più dolce. Va mescolato di tanto in tanto per consentire un’asciugatura uniforme e la sera va messo al riparo in casa perchè l’umidità lo danneggerebbe. Man mano che si asciuga si riduce di quantità, quindi va sistemato in contenitori più piccoli o riunito in una sola tavola. Deve restare al sole per circa una settimana, fino a quanto raggiunge una consistenza piuttosto densa e un colore rosso scuro. Quando è pronto, deve essere scanato con un goccio di olio (va lavorato con le mani unte di olio come se si lavorasse un panetto di pasta per la pizza) per amalgamarlo bene. Si fanno dei “polpettoni” che si lasciano riposare ancora qualche giorno in casa in luogo fresco, lavorandoli ancora di tanto in tanto per far penetrare l’olio e non far seccare la parte esterna. Quindi si conserva in orci di terracotta o barattoli in vetro ben puliti ed asciutti, premendo bene e facendo attenzione che non restino bolle d’aria in mezzo e si copre con un sacchetto di stoffa riempito di sale che, insieme all’olio con cui è stato unto, sarà un ottimo conservante. C’è chi lo ricopre con olio o mette solo un filo d’olio sopra, ma, secondo me, l’aggiunta di troppo olio potrebbe comprometterne il gusto. Può essere conservato per diversi mesi in luogo fresco e asciutto o in frigo avendo sempre l’accortezza, quando se ne preleva una parte per l’uso, di ricoprirlo bene con il sale o l’olio in modo da evitare il formarsi di muffe.

lunedì 25 agosto 2014

La chiesa di San Ciro a Maredolce, edificata dai marinesi nel Settecento


di Nuccio Benanti
La chiesa di San Ciro a Maredolce sorge nella periferia est di Palermo: i finanziatori della costruzione furono gli abitanti delle casette rustiche che sorgevano quel luogo, con il contributo degli abitanti di Marineo, che incoraggiarono anche la fondazione di una Congregazione. 
Secondo Rosario La Duca in quel luogo, noto per la presenza di ossa fossili animali rinvenute in una grotta della montagna ed un tempo dedito a feste pagane, esisteva una cappella dedicata all'Assunta, in relazione alla festa di Maredolce che si celebrava il 15 agosto di ogni anno. Nel 1656 la cappella venne sostituita da una chiesetta dedicata alla Madonna della Grazia, opera finanziata dal sacerdote Girolamo Matranga. La prima pietra dell'attuale edificio fu posta il 5 febbraio 1736 e la chiesa venne benedetta l'11 agosto 1737. Il marchese di Villabianca indica come fondatore il barbiere Vincenzo Camarda. Nel Diario Palermitano Camarda si guadagnò un commento speciale per essere vissuto 109 anni: «con la sua pia e longeva vita, non solo egli diede onore a se stesso, ma anche alla città di Palermo». Nel 1826 la chiesa subì dissesti statiti, rischiando il crollo. Scioltasi la congregazione del santo, la chiesa cadde in uno stato di abbandono. Restaurata nel 1874 a cura del parroco di Branaccio Leopoldo Villa Riso, venne riaperta al culto ottenendo anche una reliquia del teschio di San Ciro dalla Parrocchia di Marineo. Durante i bombardamenti delle forze alleate su Palermo, nel 1943, quella chiesa di Brancaccio e le grotte del circondario divennero rifugi sicuri per i palermitani che, sotto le bombe, si raccomandavano a San Ciro per la salvezza delle loro vite. Nel 1960 altri dissesti statici provocarono una nuova chiusura ed il definitivo abbandono da parte dei fedeli. Nel frattempo, l'ambiente circostante, tra l'altro immortalato nel 1780 dal pittore francese Jean Houel (in Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, Parigi 1787) è stato sconvolto dalla presenza di una vicina cava. Nel 1982 è stato eseguito un primo importante intervento di restauro da parte della Soprintendenza e sono stati ricostruiti l'abside e il muro laterale. Scriveva La Duca: «Ormai quei luoghi non vedranno più a mezz'estate le gioiose manifestazioni agresti del passato, perché la pagana Cerere l'ha da tempo abbandonata e San Ciro per il momento preferisce rimanere a Marineo dove viene onorato e venerato», anche con queste parole: "Santu Ciru di Mariduci, 'nterra e in mari nni produci".

domenica 24 agosto 2014

Consultabile in formato digitale il volumetto Preghiamo con San Ciro


di Piazza Marineo
Anche in formato digitale il volumetto Preghiamo con San Ciro, con una vasta gamma di preghiere raccolte a Marineo.
La massima espressione di devozione ad un santo è certamente la preghiera, ovvero l’atto di comunione dei cristiani con Dio. Soprattutto in prossimità delle feste, per i marinesi recitare il rosario, le coroncine, le invocazioni di San Ciro non vuol dire ripetere delle semplici formule a memoria, ma piuttosto entrare in colloquio confidenziale con questo testimone coraggioso di Cristo. I fedeli attraverso la preghiera chiedono intercessioni, sicuri della sua protezione e convinti che egli otterrà dal Signore tutte le grazie necessarie, secondo l’insegnamento di San Paolo. Il libretto Preghiamo con San Ciro edito per la prima volta nel 1999 adesso è consultabile in formato digitale (scarica Pdf).

sabato 23 agosto 2014

San Ciro martire: l'origine del culto presso le prime comunità cristiane


di Nuccio Benanti
Alla vigilia del martirio Ciro e Giovanni si portarono a Canopo per incoraggiare tre fanciulle, Teotiste, Teodota ed Eudossia, e la loro madre Atanasia, a non venire meno alla loro fede. E non ebbero paura della morte, poiché «chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 25).
Avendo perso la loro vita per il Signore, i martiri rappresentano per i cristiani un grande esempio da seguire, un modello da imitare per riscattarsi dalla morte terrena, dalla malattia, dal peccato. Il solo evocare il nome dei testimoni della fede richiama immediatamente alla mente l'idea del sofferenza, del sangue versato e del sacrificio. Valori che accomunano la loro esperienza a quella di Cristo. «Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore porta molto frutto» (Gv 12, 24): è con queste parole che Gesù annuncia la sua glorificazione attraverso la morte. «E’ Cristo il chicco di frumento che morendo ha dato frutti di vita immortale. E sulle orme del Re crocefisso si sono posti i suoi discepoli, diventati nel corso dei secoli schiere innumerevoli di ogni nazione, popolo e lingua: apostoli e confessori della fede, vergini e martiri, audaci araldi del vangelo e silenziosi servitori del Regno» (Giovanni Paolo II). La vicinanza, il legame spirituale tra il sacrificio di Cristo sulla croce, il suo sacrificio eucaristico e il sacrificio dei santi martiri è messo bene in evidenza nell'Apocalisse di San Giovanni: «Vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa […]. Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro» (Ap 6, 9; 7, 14-15). I martiri sono, perciò, coloro che hanno un rapporto privilegiato con la divinità: per questo motivo possono operare da intermediari tra il contesto terreno e quello divino. Per i cristiani dei primi secoli il culto dei santi non differì molto dalla pietà nei confronti dei defunti. Ma Sant'Agostino spiega che «noi non preghiamo per i martiri, ma raccomandiamo noi stessi alle loro preghiere», mentre Vittricio, vescovo di Rouen, li descrive come una legione impegnata nella battaglia contro il male. Infine, San Tommaso d'Aquino cita ancora Sant'Agostino per spiegare che si diventa martiri «non per la pena, ma per la causa». Non c'è dubbio, quindi, che Ciro di Alessandria rappresentò da subito, per la cultura cristiana del tempo, un valido esempio di santità. La sua vita mirabile, nonché la causa della sua gloriosa morte consentirono ai primi credenti di additarlo come testimone della fede ad imitazione di Gesù Cristo. Dopo il martirio, avvenuto il 31 gennaio del 303 sotto Diocleziano, mani pietose raccolsero i resti mortali di Ciro di Alessandria e di Giovanni di Edessa che vennero sepolti nella Chiesa di San Marco, ad Alessandria d'Egitto. E in questo luogo le reliquie rimasero per un secolo. Il 26 giugno del 414 i resti furono traslati, per mano del patriarca Cirillo, nel tempio di Menouthis, dove gli abitanti erano ancora dediti a riti pagani. Nelle tre tappe del trasporto delle reliquie, il prelato tenne altrettante omelie, successivamente trascritte da Sofronio nei suoi Atti. E la notizia di alcune guarigioni richiamarono presto numerosi pellegrini in quella terra, chiamata oggi Aboukir in memoria dell’abate Ciro.

venerdì 22 agosto 2014

Concorso fotografico "Gli altri e Noi", ecco le foto dei vincitori


di Piazza Marineo
La giuria del concorso fotografico "Gli altri e Noi", organizzato dall’Associazione MarineoSolidale con il sostegno del Cesvop, ha assegnato i premi ai primi tre classificati.


1° Bonaventure (Congo): Il Sarto. L'immagine è un'istantanea ma con una forte carica emotiva. La foto, ben contestualizzata, si fa molto apprezzare anche per il bilanciamento compositivo, grazie ad una buona tecnica di ripresa. 2° Claudio Butticè (Marineo): La madre. E' un'immagine realizzata con buona tecnica fotografica per la scelta dell'inquadratura. Composizione di buon effetto. Mettendo in risalto il soggetto femminile nell’atto di allattare in un binomio perfetto tra la scelta operativa di ciò che mostra e la perizia tecnica dello scatto. 3° Giovane Oratorio di Belleville (Ouagadougou Burkina Faso): Bambina che aiuta la mamma: Notevole impatto visivo ed emotivo dove la piccola protagonista è ripresa nell’atto di imitare la madre in un slow food lungo la strada di in un villaggio africano. Il primo classificato vince un Tablet Samsung 2 7.0, il secondo un Multimedia Samsung SWIFI 3.6, il terzo una fotocamera  Fujifilm Finepix jv300 14 mpx. La mostra è visitabile sino al 25 agosto presso la Villa San Ciro di piazza Sainte Sigolène.