lunedì 21 aprile 2014

La Pasquetta, ossia la festa della pace a Mongiuffi Melia (Me)


di Pippo Oddo
Per comprendere il significato del Lunedì dell’Angelo, detto Pasquetta (festività religiosa introdotta dallo Stato italiano nel secondo dopoguerra per allungare il periodo delle vacanze di Pasqua), bisogna far mente locale su questo passaggio del Vangelo secondo San Marco (16: 1-7), dove si può leggere: 
1 E passato il sabato, Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo e Salome comprarono degli aromi per andare a imbalsamar Gesù. 2 E la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, vennero al sepolcro sul levar del sole. 3 E dicevano tra loro: Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro? 4 E alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pur molto grande. 5 Ed essendo entrate nel sepolcro, videro un giovinetto, seduto a destra, vestito d’una veste bianca, e furono spaventate. 6 Ma egli disse loro: Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’aveano posto. 7 Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro, ch’egli vi precede in Galilea; quivi lo vedrete, come v’ha detto. Ora, la tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo (lunedì), forse perché i Vangeli indicano "il giorno dopo la Pasqua", anche se evidentemente quella a cui si allude è la Pasqua ebraica, che cadeva di sabato. Comunque sia, il lunedì dell'Angelo in Sicilia (ma anche nel resto d’Italia) è un giorno di festa non di precetto, che si trascorre in compagnia di parenti o amici con una tradizionale gita o scampagnata, pic-nic sull'erba e attività all'aperto. Con questa tradizione, che rende omaggio al risveglio primaverile della natura, è probabile che si voglia ricordare i discepoli l’apparizione di Gesù a due discepoli sulla strada che portava ad Emmaus, a pochi chilometri da Gerusalemme. Da qui l’assalto di Pasquetta al verde fuori porta e le pantagrueliche arrostite di salsiccia e carne ovina all’aperto. Ma a Mongiuffi Melia il lunedì di Pasqua si celebra la “festa della pace e degli Angeli”. «Tale festa – scrive Cosimo Giovanni Barra – ebbe origine nel 1830 per volere del Marchese Francesco Rao Corvaja, al fine di festeggiare la riappacificazione delle due comunità, fino ad allora divise a causa di un litigio avvenuto durante il palio. Purtroppo si svolse come istituita per soli quindici anni. Si cominciava quaranta giorni prima, con una riunione tra le due comunità avente luogo nella Chiesa del Marchesato, oggi San Sebastiano, durante la quale venivano scelti otto ragazzi; quattro per Melia, in onore del Cristo Risorto e quattro per Mongiuffi, in onore della Madonna. Veniva, inoltre, incaricata una persona per istruire questi ragazzi, i quali dovevano recitare un testo, in latino misto a dialetto siciliano, scritto dal sacerdote Giovanni Cuzari. Le famiglie si impegnavano per la buona riuscita della festa. Le donne si prodigavano a cucire le vesti bianche e gli addobbi per le ali con dei nastrini azzurri per Mongiuffi con la coccarda di San Leonardo, rossi per Melia con la coccarda di San Sebastiano. Gli uomini si occupavano, invece, di montare e addobbare il palco. Il lunedì mattina, giorno della festa, da Mongiuffi partiva una processione di quasi sole donne con abiti neri in segno di lutto. Ad aprire tale processione vi erano i tamburi, seguiti da una donna vestita di nero che portava una croce accompagnata da delle bambine le quali portavano gli strumenti della crocifissione (chiodi, martello, lenzuolo). Seguiva la confraternita delle Carmelitane in abito marrone e velo nero; la confraternita di Santa Lucia e i nobili con copricapo nero. Gli stendardi venivano coperti con un drappo nero. Tale processione, giunta a Melia, si portava nella chiesa Madre dove vi era la statua della Vergine anch’essa ammantata di nero; Il suo velo veniva sorretto da quattro ragazze vestite di celeste. A chiudere la processione era la banda musicale, seguita dalle donne del paese, ammantate con scialle nero. Contemporaneamente dalla chiesa del Marchesato usciva la processione composta in prevalenza da uomini, con la statua del Cristo risorto. Ad aprire tale processione era un uomo in camice bianco e cintura rossa con in mano un cero acceso, che si portava alla vista del mare. Se la fiamma andava verso la montagna si prevedeva un buon raccolto, se andava verso il mare si prevedevano brutti raccolti, se si spegneva si prevedevano sventure su tutto il paese. Usciva poi la confraternita di San Rocco, formata dagli uomini del Marchesato, con stola color amaranto, pantaloni sopra il ginocchio e calzettoni bianchi. Seguiva la confraternita dell’Immacolata, in abito celeste e copricapo bianco; I Sorores (ordine di casalinghe) con gonna blu camicetta bianca e veletta sulla testa. Poi era la volta dei nobili (famiglia del Marchese e ospiti) con abiti lussuosi. Poi era la volta dell’Arciprete, o il suo Luogotenente (poiché le due comunità erano sotto la direzione dell’Arcipretura di Taormina), seguito dalla statua del Cristo. Chiudevano la processione i contadini, provenienti dalle campagne circostanti, con in mano ceri addobbati con rami d’ulivo e alloro. L’incontro fra le due processioni avveniva nel cosiddetto “chianu di l’angiuli”. Dalla discesa di via Umberto, a quel tempo Gianfilippo, dove vi si era fermata la processione con il Cristo, ad un cenno del sacerdote partivano due bambini vestiti da angeli con in mano dei fiori e una bandiera bianco-rossa, che correndo andavano a chiamare la processione della Madonna fermatasi in via Ninfa Melia. Le due processioni avanzavano piano fino a raggiungere il piano degli angeli dove era stato allestito il palco degli angeli. Le confraternite si abbracciavano e mettevano via gli abiti di lutto. I primi ad incontrarsi di fronte al palco erano gli stendardi delle confraternite, il saluto avveniva facendosi l’inchino per tre volte. Dopo di che venivano tolti i veli che tenevano nascosti gli angeli sul palco, e veniva fatto cadere il velo nero della Madonna, lasciando quello bianco. A questo punto avveniva l’incontro delle Statue, che si venivano in contro quasi correndo e si facevano l’inchino per tre volte. Dai balconi addobbati con coperte e scialle di seta, venivano liberate delle colombe bianche e lanciati fiori e grano sulle autorità; il popolo sventolava fazzoletti bianchi e la campana del fondaco suonava a festa. Il clero si abbracciava, i nobili si complimentavano tra di loro e la confraternita di San Rocco distribuiva doni ai bambini. Venivano fatti salire sul palco anche i quattro angeli che reggevano il velo della Madonna. Da qui nasce la credenza che gli angeli non erano otto ma dodici e che non erano tutti vestiti di bianco, ma alcuni di celeste. Le autorità occupavano i primi posti di fronte al palco e aveva così inizio la recita. Alla fine si ricomponeva la processione, sulla destra in direzione del Cristo si disponevano quelli di Mongiuffi, sulla sinistra in direzione della Madonna quelli di Melia. Si procedeva così fino a raggiungere la chiesa di San Nicolò dove si celebrava la messa. La festa, come già detto all’inizio, si svolse così per circa quindici anni. In seguito ad un litigio tra clero e nobiltà per alcuni anni la festa non venne svolta. Riprese in maniera molto ridotta nel 1929». Non è dunque da escludere che nel ridente paesino peloritano le autorità civili e religiose dell’epoca volessero celebrare indirettamente anche il concordato tra lo Stato e la Chiesa. Ma ciò che più conta è che ancora ai nostri giorni la festa della pace è motivo di forte richiamo turistico.

sabato 19 aprile 2014

Il linguaggio del cibo: la Pasqua e l'agnello rigeneratore della vita


di Nuccio Benanti
Nella Settimana santa la storia umana del Cristo viene rappresentata per mezzo di un codice gestuale fondato sulla opposizione triste vs lieto.
Al primo gruppo appartengono tutti quei comportamenti tipici della quaresima, che denotano dolore, cordoglio, digiuno. Mentre all'altro capo si situano gli atteggiamenti caratteristici della Pasqua: gioia, sollievo, abbondanza. È il suono delle campane, il sabato, a fare da spartiacque. Suono che, simbolicamente, costituisce il momento del passaggio dalla morte alla nuova vita, dal triste inverno alla primavera. Ecco perché il giorno di Pasqua si presenta con specifici segnali di abbondanza e di fertilità: l'uovo è uno di questi (Omne vivum ex ovo). Ogni festa ha il suo dolce tipico, o più di uno: oltre ai "pupa cu l'ova", alla colomba pasquale e all’uovo di cioccolata, altro simbolo della festa è la pecorella di pasta reale, che ci ricorda le offerte sacrificali del Vecchio Testamento. Il cibo è sempre stato importante nella vita degli uomini, tanto che ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nella religione: a partire dall'antico sacrificio vedico indiano, poi in Grecia, fino a giungere ai banchetti romani. Nel Nuovo Testamento sono diversi i momenti in cui l'insegnamento di Gesù si collega alla consumazione comunitaria del cibo: L'ultima cena e La cena di Emmaus sono due di questi. Dunque, dietro ai sapori, agli odori e ai colori della cucina festiva si nascondono tantissimi significati, una trama fitta di segni. Il convivio rimanda, etimologicamente, a vivere insieme. Mangiare insieme ad altri uomini è un modo per trasformare un gesto individuale, nutritivo, naturale, in un fatto collettivo, simbolico, culturale. Quello che si fa assieme agli altri, come dimostra la religione, assume un significato collettivo, un valore di comunicazione forte e complesso. Il cibo pasquale è, quindi, rigeneratore della vita e dell'ordine cosmico, sociale e familiare.

venerdì 18 aprile 2014

Scala di lavureddi nella cappella della Società di San Ciro in Garfield


di Nuccio Benanti
MARINEO. Ecco la caratteristica scala di lavureddi realizzata quest'anno all'interno della cappella della Società di San Ciro in Garfield (New Jersey).
Anche in America la costruzione coinvolge numerose famiglie che realizzano i lavureddi, abbelliti con carta colorata e fiori, nel rispetto della tradizione. I semi vengono messi a germogliare in prossimità della festa di San Giuseppe e poi tenuti al buio fino alla Settimana Santa. Si tratta, come detto, di gesti compiuti per riaffermare l’ordine sociale, naturale e cosmico. Nei giorni che seguono la Pasqua, i lavureddi vengono presi nuovamente dai fedeli che, per tradizione, li portano nelle case o nei luoghi di lavoro (a Marineo nei campi di frumento). Segni per propiziare il buon raccolto. Nelle famiglie americane che osservano ancora le tradizioni di Marineo si preparano anche “i pupa cu l'ova”, dolci di Pasqua (a base di farina, uova e strutto) antropomorfi, che racchiudono all’interno delle uova sode. Anche questo, un gesto propiziatorio, di rinascita.

Gruppo Emmanuel: Luce del Calvario per illuminare l’oscurità del mondo


di Ciro Realmonte
MARINEO. La Pasqua è un’occasione straordinaria per rivedere, risaldare, alla luce della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa, la nostra vita spirituale.
Non possiamo abituarci a vivere la Fede  con superficialità, senza che il contenuto della rivelazione penetri nel nostro cuore, ci interroghi e ci metta in crisi. La Fede, se compresa, coinvolge tutta la nostra vita personale e comunitaria, trasforma, illumina anche le nostre relazioni. Purtroppo abbiamo rilegato, rinchiuso ermeticamente la freschezza, la novità della fede a semplici, poveri e inefficaci manifestazioni di fede, illudendoci, in tal modo, di vivere il nostro Credo in Cristo Risorto. Non c’è ambito della nostra vita che è esente, impermeabile nell’assimilare e nel testimoniare il nostro Essere Cristiani, dalla Politica a un semplice incontro di calcio. E’ tutto l’uomo chiamato alla Grazia, alla Santità. Bisogna che riempiamo di olio nuovo le nostre lucerne, ormai quasi spente, o con la fiammella tremolante. Dobbiamo, con volontà, approfittare delle diverse occasioni di formazione che la comunità parrocchiale ci offre in vari momenti dell’anno. La Luminaria del Calvario ci suggerisce anche questo, sii anche Tu Luce che illumina il mondo, il tuo piccolo ambiente, il tuo essere Chiesa. La "luce" del Calvario illumina l’oscurità del mondo. La luce che irrompe dalla croce di Cristo sana le nostre ferite, rafforza il cammino, dà senso al dolore. Cristo è la luce che illumina e riscalda il cuore del cristiano, di ogni uomo. E’ questo il messaggio che il Gruppo Emmanuel vuole comunicare alla nostra comunità, attraverso la Luminaria del Calvario, realizzata nella notte del Giovedì Santo. Il triduo pasquale è ricco di simbologie che richiamano ai profondi e attuali valori della redenzione di Cristo, la luminaria si inserisce nelle già ricche manifestazioni "marinesi" della Settimana Santa. Sono i marinesi che con il loro contributo, partecipano alla sua realizzazione. Sono già trascorsi 20 anni dalla prima Luminaria del 1994, quante preghiere sono state affidate dal nostro cuore alla luce di quella piccola fiammella, per ricordare al Signore il nostro amore e invocare la sua luce che spezza le tenebre dell’indifferenza, della superficialità, del disimpegno e dell’egoismo. Con la gioia e la certezza della resurrezione di Cristo, auguri di un cammino di santità a servizio del Regno di Dio.

Marineo: la scala dei lavureddi, tradizione ricca di simboli ancestrali


di Nuccio Benanti
Nel libro sacro dello zoroastrismo, Zarathustra proclama: «Chi semina il grano edifica l’ordine». Il nome che i contadini di Marineo danno al campo di frumento è lavuri. 
I lavureddi sono, quindi, piccoli campi di grano, di lavoro e di ordine. Vengono realizzati per adornare la scalinata dell’Altare della reposizione (comunemente detto del Santo Sepolcro), all’interno della chiesa Madre di Marineo. Il frumento viene seminato dai devoti nella stoppa umida e tenuto al buio per due settimane. Sono i confrati della confraternita del Santissimo Sacramento ad allestire la caratteristica Scala Illuminata addobbata con rami d’ulivo e fiori. Al centro della chiesa vengono sistemati un centinaio di piatti germogliati portati dalle famiglie e dagli alunni delle scuole. Attraverso una scala, gli angeli di Dio salgono e scendono nel sogno biblico di Giacobbe. La scala dei lavureddi serve, quindi, a favorire un contatto simbolico con l’aldilà, e a propiziare ritualmente l'innalzarsi delle messi, trattandosi di una forma di pensiero per analogie. Si tratta della tradizione legata alla Settimana Santa più ricca di simboli ancestrali, che affonda le radici in tempi molto remoti, antecedenti alla stessa venuta di Gesù. Nell’antichità i devoti di Adone, all'approssimarsi della primavera seminavano in contenitori di terracotta chicchi di grano, che facevano germogliare in assenza di luce. Con queste nuove piantine ornavano, nei giorni antecedenti l'equinozio di primavera, il sepolcro della loro divinità, il giardino di Adone, propiziandone la resurrezione.

Settimana santa in Sicilia: il "Cristo flagellato alla Colonna" di Ispica


di Pippo Oddo
Leonardo Sciascia sosteneva che «non c'è paese in Sicilia, in cui la passione di Cristo non riviva attraverso una vera e propria rappresentazione, in cui persone vive o gruppi statuari non facciano delle strade e delle piazze il teatro di quel grande dramma i cui elementi sono il tradimento, l’assassinio, il dolore di una madre». 
Se ciò è vero in generale, a Ispica (chiamata fino al 1935 Spaccaforno) il dramma è ingigantito dalle peculiarità storiche che rimandano alle origini del paese e alla sua conformazione urbanistica. L’abitato attuale comprende un’area d’impianto settecentesco con una maglia a scacchiera e un’area d’impianto medievale con tracciati viari irregolari, adiacente ad una rupe dove sono i ruderi di una fortezza (nota come “Fortilitium”), nucleo principale della città che prima del terremoto del 1693 si sviluppava nella parte finale della Cava d’Ispica. Successivamente alcuni quartieri furono ricostruiti intorno alle chiese rimaste bene o male in piedi (S. Antonio, Carmine, Minori Osservanti), altri furono tracciati ex novo sul Colle Calandra con vie larghe e dritte, dove a poco si sono trasferiti anche gli ultimi abitanti della Cava. Fatta questa premessa, è forse il caso di lasciare la parola a Salvatore Brancati, che peraltro è autore della foto postata: «Uno dei momenti più importanti dell'anno – scrive – per i siciliani è sicuramente la Pasqua: la passione, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo vengono commemorati in vari modi in ogni luogo dell'isola con riti molto sentiti e commoventi che non mancano di affascinare anche chi del posto non è. Ispica, cittadina dalle origini preistoriche, vanta una tradizione pasquale che da secoli richiama forestieri e pellegrini provenienti soprattutto dal circondario. Sfarzose luminarie, lunghe file di bancarelle, colorate bande musicali, larghe strade affollate da persone elegantemente vestite annunciano i giorni della festa a Ispica: fede, folklore e tradizione si fondono regalando spettacoli di grande interesse e bellezza. La Settimana Santa ispicese è preceduta dall'intenso lavoro di preparazione di confraternite e associazioni che inizia subito dopo il Carnevale […]. C'è già allora a Ispica un'atmosfera particolare, c'è in tutti un'agitazione particolare, l'ansia che accompagna l'attesa degli avvenimenti importanti. E l'avvenimento importante per Ispica è la tradizionale celebrazione della Settimana Santa, i cui giorni di punta sono il Giovedì e il Venerdì dedicati alla venerazione dei simulacri del Cristo flagellato alla Colonna e del Cristo con la Croce sulle spalle, e i cui riti commoventi e suggestivi vengono celebrati, davanti a vere maree di popolo, nelle basiliche di S. Maria Maggiore e della SS. Annunziata. Il popolo ispicese, che ancora oggi si divide nelle contrapposte fazioni dei Cavari e dei Nunziatari, devoti rispettivamente al Cristo alla Colonna e al Cristo alla Croce, durante la Settimana Santa sente pienamente di ripetere gesti e usanze dei secoli passati, grazie alla fede e all'ardore religioso degli avi, tramandati di padre in figlio. La Settimana Santa ispicese ha origini antichissime: la tradizione vuole che un crocifisso ligneo fosse venerato nella chiesa rupestre di Santa Maria della Cava, ancora oggi esistente, dal santo eremita Ilarione nel IV secolo dopo Cristo. Il volto e le mani di quel Crocifisso ligneo, scampati alle distruzioni iconoclaste, furono in seguito applicati a un Cristo legato alla colonna che, miracolosamente risparmiato dal terrificante terremoto del 1693, fu poi trasformato da un abile artigiano di Noto, Francesco Guarino, nell'attuale gruppo a tre statue, con macchinetta in legno indorata, che oggi viene venerato nella festa che si celebra il Giovedì Santo. Il nutrito programma inizia la notte del giovedì con la Via Crucis notturna che parte dalla chiesa rupestre di S. Maria della Cava e si conclude sul loggiato del Sinatra prima dell'apertura delle porte della Basilica di Santa Maria Maggiore e il tradizionale ringraziamento all'altare del Cristo. Si prosegue nella mattinata con lo svelamento della sacra immagine, per giungere al momento culminante: la lunga processione del Cristo alla Colonna che si protrae dal pomeriggio fino a oltre la mezzanotte del giovedì. Ogni anno giungono da ogni parte da ogni parte per il Giovedì e il Venerdì Santo oboli pietosi al Cristo miracoloso, per grazia ricevuta o per implorare un miracolo. Alle colonne delle bellissime chiese vengono appesi i caratteristici ex voto in cera, raffiguranti bambinelli e parti del corpo. È festa di popolo: una moltitudine di gente assiste alle manifestazioni della Settimana Santa a Ispica. Alla folla di ispicesi si aggiunge lo stuolo di forestieri accorsi per il fascino e la fama delle processioni: caratteristico il lento incedere per le vie della città, al crepitìo della tràccola, dei pesanti simulacri portati a spalla da giovani gagliardi, mai stremati dal gradito sforzo, al suono di elegie funebri suonate da bande orgogliose». Alla dotta descrizione di Brancati vale la pena di aggiungere che ad Ispica gli anziani ricordano ancora a memoria come l’Ave Maria questi detti popolari: 1) Vuliti sapiri cu su li cavari? Cuattru panzuti e ddù tammurinieri! vuliti sapiri cù sù li nunziatari? Principi, baruna e cavaleri. (Volete sapere chi sono i cavari? Quattro panciuti e due tamburini! Volete sapere chi sono i nunziatari? Principi, baroni e cavalieri). 2) Lu cunigghiu avi la tana, lu surci lu pirtusu e Vui patri amurusu, n'avistuvu né tana né pirtusu. Tutta a notti Vi batteru cu na viria ri ranatu, Vi purtaru nni Pilatu scausu, nuru e scapiddatu. (il coniglio ha la tana, il topo il buco e Voi padre amorevole, non avete avuto né tana né buco. Tutta la notte Vi hanno percosso con un ramo di melograno, Vi hanno portato da Pilato, scalzo, nudo e spettinato). 3) Santa Rusalia ri Palemmu, Sant'Agata ri Catania e u Santissimu Cristu ri Spaccafunnu su numinati ppi tuttu lu munnu. (Santa Rosalia di Palermo, Sant'Agata di Catania e il Santissimo Cristo di Spaccaforno sono nominati in tutto il mondo). Per esagerato che possa sembrare, l’ultimo di questi detti ha un puntuale riscontro nella realtà, posto che gli ispicesi sono sparsi in tutto il mondo e ovunque si trovino parlano della tradizione del Santissimo Cristo flagellato alla Colonna.

giovedì 17 aprile 2014

Ferito da toro e travolto da bovini, muore allevatore di Marineo


di Piazza Marineo
Un bracciante agricolo di Marineo è rimasto vittima di un incidente sul lavoro in contrada Tagliavia.
Michele Spinella, 53 anni, è morto dopo esser stato ferito da un toro e poi travolto da altri bovini. Sul corpo dell'uomo sono state riscontrate dai soccorritori numerose ferite che fanno pensare a questa dinamica dei fatti. A dare l’allarme erano stati i familiari quando avevano visto che il loro caro tardava a rientrare a casa. La tragedia è avvenuta ieri in contrada Tagliavia, nella zona del Borgo Saladino a Monreale. Le indagini per ricostruire le fasi dell'incidente sono condotte dai carabinieri.

Nuova Busambra, presentazione della rivista a Termini Imerese


di SiciliAntica
Organizzato da SiciliAntica si terrà giovedì 17 aprile alle ore 18, presso la Libreria Caffè Punto 52 a Termini Imerese, la presentazione della rivista Nuova Busambra, quaderni di natura, culture e società. 
In particolare il numero è dedicato a Francesco Carbone, intellettuale di alta levatura che ha operato nella seconda metà del Novecento, fondatore di Godranopoli. Previsti gli interventi di Alfonso Lo Cascio, della Presidenza Regionale di SiciliAntica, Ciro Cardinale, Vice Direttore della Rivista Espero e Santo Lombino e Paola Bisulca, Redattori. La rivista “Nuova Busambra” è frutto di un lavoro collettivo di analisi della realtà in cui si vive, caratterizzata da forti contraddizioni e ritardi, ma anche da buone pratiche da parte di minoranze attive in diversi settori della società. Sulla scia di un’intuizione di Francesco Carbone, intellettuale di alta levatura che ha operato nella seconda metà del Novecento, donne e uomini di diverso orientamento hanno costruito a partire dal 2012 uno strumento pluralista utile allo sviluppo di una coscienza critica, alla trasmissione della memoria tra le generazioni, alla conoscenza ed alla valorizzazione delle risorse culturali, storiche, ambientali, economiche dell’area geografica e umana che sta attorno a Rocca Busambra. Uno spazio aperto alla riflessione, alla creatività e all’immaginazione, un punto di osservazione e di documentazione che si rafforzi attraverso il confronto con la più vasta realtà contemporanea, in modo da “agire localmente, ma pensare globalmente”.

mercoledì 16 aprile 2014

Dopo le dimissioni di Cangialosi, treno Barbaccia sempre fermo al capolinea


di Barbara Cangialosi (Segretaria Pd)
A soli dieci mesi dall’insediamento dell’amministrazione Barbaccia, Alberto Cangialosi, l’ormai ex assessore con delega a Sport, politiche giovanili, agricoltura e zootecnia, rassegna le sue dimissioni.
Le motivazioni sono chiare e inequivocabili: lascia perché “invischiato nell’immobilismo di un’amministrazione che, ad oggi, sembra ancora versare in uno stato catatonico”. Oggi possiamo solo prendere atto che quello che abbiamo in tutti questi mesi ribadito e che abbiamo più volte sottolineato, trova riscontro nelle dure parole di chi ha vissuto dall’interno il disastro dell’amministrazione Spataro/Greco. L’immobilismo, la mancanza di iniziative progettuali, l’incapacità di gestire fondi già ottenuti e di valorizzare traguardi raggiunti dalla popolazione marinese, rendono il paese ostaggio di un gruppo che in questi dieci mesi si è solo preoccupato di placare i crescenti dissidi interni, dovuti a meri interessi personali. Oggi di fatto ci viene spontaneo costatare che l’unico ruolo evidente del Sindaco Barbaccia è quello di essere il liquidatore del fallimento del suo stesso progetto politico: non “un treno in corsa, perché questo treno, in realtà non è mai partito”. Chiediamo pertanto che si assuma, per la prima volta, la responsabilità di una scelta politica rassegnando le proprie dimissioni e rimettendo il mandato nelle mani dei cittadini.

martedì 15 aprile 2014

Settimana Santa a Marineo: la "troccula" scandisce i tempi dei riti


di Nuccio Benanti
MARINEO. La “troccula” è lo strumento sonoro che scandisce i tempi dei riti della Settimana Santa a Marineo.
Usata, come intermezzo, nei canti della Passione del giovedì. Impiegata per annunciare la processione del venerdì santo. Utilizzata nel corso delle giornate di venerdì e sabato per “segnare” strade e piazze con il suo suono metallico. Lo strumento marinese è realizzato con una tavola di legno duro, preferibilmente olmo, dalla quale, attraverso un foro rettangolare, si ottiene un manico per la presa del suonatore. Sui due lati della tavoletta vengono applicate delle maniglie in ferro, ognuna delle quali, una volta scossa, deve andare a battere, a destra e a sinistra del legno. Questo meccanismo ricorda quello usato nella “porta con mezzaporta” della civiltà contadina, sulla quale, appunto, veniva applicata una maniglia di ferro battente. Nel dialetto locale “trucculiari” significa anche «bussare alla porta». Ma i suoni possono essere anche interpretati come “lu scrùsciu di li catini” (il rumore delle catene) legate ai piedi di Cristo, condannato a morte. Così, nell’immaginario collettivo, le “troccule” (idiofono a percussione reciproca) percorrono le vie del paese per bussare, per chiamare a raccolta uomini buoni e peccatori che dormono, che sono distratti dal lavoro o da altre faccende, quindi insensibili al dramma che sta per compiersi: "Tri bboti cci ha passatu, ddu Gèsu di sta strata, chista è l'urtima chiamata, emulu a visitari".

lunedì 14 aprile 2014

MarineoSolidale, un concorso fotografico dal tema "Gli altri e noi"


di MarineoSolidale
MarineoSolidale onlus in occasione del decennale della sua attività a Marineo, in collaborazione con il Cesvop, lancia un concorso fotografico sul rapporto con gli altri, la percezione del sistema di relazioni con le persone, l’ambiente e le cose, invitando a guardare la realtà attraverso l’obiettivo di una fotocamera.
L’iniziativa vuole anche essere un’occasione di riflessione sul tema del volontariato, definendo il ruolo che ha nella crescita della coscienza civile e nella scoperta, da parte del mondo giovanile, dei valori condivisi di una società che si va profilando sempre più multiculturale. Vedere guardare agire, analizzare la realtà, fare emergere i sogni e i bisogni; mettersi in gioco per scoprire insieme cosa si può fare, cosa ciascuno può fare e come può essere protagonista nei processi di cambiamento e costruzione della società come cittadini attivi e responsabili. La proposta mira a coinvolgere i giovani della delegazione Cesvop di Marineo, i ragazzi dell’accademia di Belle arti di Palermo e i docenti di riferimento per la ricerca fotografica; adesioni già si sono registrate dai giovani dell’ oratorio salesiano BelleVille della capitale del Burkina Faso Ouagadougou e dai giovani di Sainte-Sigoléne, cittadina francese con la quale Marineo è gemellata da 30 anni. L’esito della ricerca mira a realizzare una Mostra fotografica ("Gli altri e noi") nella prossima estate dove gli scatti selezionati saranno accompagnati da un pensiero dell’autore sul suo vissuto in rapporto alla realtà presentata. Sono previsti premi per le prime tre opere classificate. Per maggiori informazioni e contatti visitate il sito dell’associazione MarineoSolidale.

venerdì 11 aprile 2014

L’aspra contesa. Scontri campanilistici nell’800 tra Marineo e Bolognetta


di Santo Lombino
Le relazioni di amicizia, di parentela, i matrimoni, i rapporti di lavoro e di commercio tra gli abitanti dei comuni limitrofi di Ogliastro-Bolognetta e Marineo sono stati assai intensi sin da quando sono nate le due comunità ed ai giorni nostri il loro ampliamento e sviluppo rendono ormai impossibile una separazione netta tra le due popolazioni. 
Non molti forse si sorprenderebbero se venisse proposta l’unificazione amministrativa tra i due paesi. In passato i rapporti di buon vicinato hanno convissuto, come accadeva in tanti altri casi, con manifestazioni più o meno accese di campanilismo, con reciproci scambi di accuse, confronti e competizioni in ogni settore, battute più o meno salaci. Gli abitanti di Marineo, ad esempio, venivano apostrofati col dispregiativo tabbariati, ovverossia, come spiega il vocabolario di Antonino Traina, “linguacciuti”. Per tutta risposta, i marinesi marchiavano gli ogliastresi con l’appellativo di panzuti. La pancia di molti di loro, infatti, cresceva a causa dell’ingrandirsi del fegato dovuto alla malaria, causata della presenza di zone paludose a valle dell’abitato. “Il fegato man mano s’ingrossava e vedevi tutta questa gente qua... con la pancia grossa grossa. Panzarotti li chiamavano…”, ha scritto Antonio Pennacchi nel romanzo “Canale Mussolini” a proposito di quanto avveniva nel Lazio, nelle paludi pontine dei primi decenni del XX secolo. Capitò anche che si passasse dalle parole (e dai pregiudizi) ai fatti, e che si arrivasse perfino a scontri fisici di massa. A metà Ottocento una furibonda contesa portò abitanti della futura Bolognetta e di Marineo a comportamenti così gravi da indurre la magistratura e la polizia borbonica ad intervenire severamente. Due documenti conservati nell’Archivio di Stato di Palermo ci informano che tutto ebbe inizio a S. Maria di Ogliastro un lunedì di Pasqua, il giorno 12 aprile 1852, probabilmente nei giorni della festa straordinaria per il patrono sant’Antonio da Padova. Si tenne allora per le strade del paese la tradizionale corsa dei cavalli, a cui solitamente assisteva una folla di persone convenute da diversi centri. In quella occasione “accadeva briga tra Vincenzo Romano da Ogliastro e un marinese” non meglio identificato. Ciascuno dei due sosteneva infatti che era stato il fantino della propria scuderia a conquistare la palma della vittoria nella competizione. Gli animi si esacerbarono al punto che solo l’intervento di Antonino Castellini, giudice regio di Misilmeri, al cui mandamento apparteneva Ogliastro, evitò che si arrivasse ad aperta violenza tra sostenitori dei due gruppi. La tregua era però solo apparente: a tarda sera un gruppo di abitanti di Marineo fu cacciato via a sassate e i festeggiamenti furono prematuramente interrotti. Il fuoco covò sotto la cenere da aprile ad agosto, fino ai festeggiamenti in onore di San Ciro, patrono del paese sotto la Rocca, che si svolgono annualmente nella seconda metà di quel mese. Fu allora che il contendente marinese, unitosi ad altri compaesani intenzionati a vendicare l’offesa, sorprese col favore del buio, “a circa un miglio“ dal centro abitato di Marineo, e “malmenò forte a pietre” l’avversario Romano e i suoi amici, mentre questi facevano ritorno al loro paese. Per sfuggire all’agguato, riferì al Direttore di polizia ed al Ministero degli interni il giudice regio Vincenzo Vergallo, “uno di loro dovette precipitarsi per il pendio di una contrada che denominasi la guerra onde evitare che male ne venisse”. La riposta non si fece attendere. “Crucciati gli ogliastresi di una vendetta inopportuna, vandalicamente pensarono la dimani vendicare l’offesa sopra due marinesi che per azzardo trovavansi nel territorio di Ogliastro e che nessuna parte aveano avuto nei precedenti occorsi e li percossero gravemente sol perché erano naturali di quel comune”. Uno di loro “ebbe rotto il braccio e la scapola”. La banale diatriba nata durante una festa paesana si era trasformata in un serio problema di ordine pubblico che minacciava la tranquillità delle popolazioni. Le autorità del Regno erano seriamente preoccupate che la “gara municipale tra i due comuni oramai divenuti rivali” arrivasse a produrre nella zona gravi disordini con “tristi conseguenze”. La lite era degenerata in faida, rendendo impossibile non solo alle due tifoserie, ma a tutti gli abitanti dei due paesi la libera circolazione per motivi di lavoro, per commercio, per altre necessità, nel territorio confinante. Così i magistrati competenti ai primi di settembre concertarono di ricorrere alle maniere forti ordinando l’intervento delle forze dell’ordine. Il giudice di Misilmeri dispose l’arresto degli ogliastresi Vincenzo e Placido Romano, Antonino Bertola, Gaspare Oddo e Giovanni Fusillo, sospettati di avere percosso i due marinesi; il giudice regio di Marineo da parte sua fece ammanettare nel comune di sua competenza Giuseppe, Carmelo, Salvatore e Raffaele Delisi, Domenico Sciarabba, Giambattista Lo Proto, indiziati dell’agguato a Romano. Gli undici vengono reclusi nelle carceri circondariali e poi condotti ad Ogliastro, dove erano sorti i primi alterchi, e lì pubblicamente costretti a riappacificarsi “con promessa di stimarsi come a fratelli”. Immaginiamo che la conciliazione tra i due gruppi sia avvenuta in piazza, di fronte ai giudici, ai gendarmi e a grandi ali di folla. Marinesi e ogliastresi furono solennemente avvertiti che ad ogni minima ripresa della disputa avrebbe risposto l’apparato repressivo della “forza pubblica”: chiunque avesse continuato a farsi la guerra sarebbe inesorabilmente ritornato ai ceppi. “I suddetti arrestati”, comunicò con trionfale compiacimento il giudice Vergallo alle superiori autorità dopo aver scongiurato la continuazione all’infinito dello scontro, “sonosi dati un amplesso di pace e gli uni e gli altri hanno fatto solenne e pubblica promissione di guardarsi per lo avvenire come ad amici e fratelli in veneranza delle leggi e della tranquillità che il Real governo ha prescrittto”. Fu così interrotta la spirale di violenza e riportata la calma tra gli abitanti dei due “comuni vicinissimi tra i quali da tempo antichissimo hanno esistite relazioni di parentela, d’industria ed interesse”.