mercoledì 20 agosto 2014

Aspettando la Dimostranza: in mostra costumi, immagini e documenti


di Nuccio Benanti
Sarà visitabile dal 22 al 25 agosto la mostra di costumi, immagini e documenti “Aspettando la Dimostranza” allestita dalla Confraternita di San Ciro nella sede della Comunità missionaria del Vangelo (piazza Sainte Sigolène). 
In Feste patronali in Sicilia, volume XXI della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane (Palermo, 1871-1913) Giuseppe Pitrè invita il lettore interessato ad un approfondimento a leggere una dettagliata cronaca pubblicata a puntate sul Corriere dell’Isola, tra il 21 e il 26 settembre 1894, a firma di Francesco Sanfilippo, dal titolo “La Dimostranza di Marineo”. Scrive Sanfilippo: «Non è la solita novella piena di delirio poetico che vi descrivo, perché non mi sento nato a buona luna; ma è lo studio accurato e veritiero delle cose e dei costumi montanari, che rendono la vita quassù soggetto osservabile, affatto differente dagli usi comuni di cui è piena la città. E non intendo con ciò di mettere il ridicolo al mio paese, poiché in cima ad ogni mio ideale c'è stato sempre l'amor del nido natio; ma ho voluto fare come il pittore, se la penna non mi casca dalle dita: ritrarre e non inventare, per porre nella tavolozza il bello artistico, la semplicità paesana, l'azione primitiva correa al nascere del genio e farla ammirare e conoscere agli amatori di cosiffatti studii». Nel testo vennero rappresentate diverse tenzoni oratorie come questa: «Un furbo misilmerese, essendo amico personale del prefetto Siriano, si ricordò che una qualche buona parola dell'amico poteva se non altro lenire in parte in parte la dura condanna di San Ciro. Avvicinatolo mentre questo istruisce, l'abbraccia e bacia e poi in tono di preghiera serio gli dice: “Compare Peppi, siate uomo di pancia, vi prego io pel San Giovanni, gettate a libertà l'amico”. Ma il Siriano pronto risponde: “Eh compare Palino, non posso, l'omertà finìo, perché deve scontare il dito che rubò a San Giusto”». E sono numerosi i passi in cui si accenna alla problematica relativa alle barriere sociali e al dibattito politico della fine del XIX secolo. Appartenente ad una famiglia povera, il diavolo era pagato dall’angelo che recitava nella stessa scena: «Il Diavolo guadagna sei tarì al giorno; signori socialisti, aprite gli orecchi». La Dimostranza era stata una grande conquista per il popolo, che poteva finalmente prendersi beffa, nelle pubbliche piazze, del potere costituito, sia laico che religioso, trasformandola – difatti – in un grande baccanale: «Uno dei poveri che riceve l’elemosina da San Ciro […] non crede ad altro che al nettare, la professione di fede che il Pulci fa dire al lercio gigante Margutte. Beve beato […], egli non cerca arzigogoli, non si dilunga in ringraziamenti, non crede ad altro… che al vino». Il potere costituito, invece, si difendeva come poteva: «Una volta, ricordo che l'imperatore recitava, mentre proferiva con voce concitata il verso concitatissimo: “Lacerate, struggete”, egli, per dare maggior forza, fece con le braccia il movimento come a dimostrare l'effetto. Ma nella destra impugnava lo scettro, e in quel furore la punta d'esso sbattè sul muso d'un indomito cavallo che stava pacificamente a lato gustando un po' di prosodia. L'animale, a quella carezza insalutata, dette un gran salto indietro ed investì un suo compagno; questi alla sua volta tira due calci che li riceve un altro e il male si contagiò a tutti. Per un momento vi fu un putiferio. Cavalieri caracollanti in alto e in basso che spronano e frenano; spettatori che fuggono; soldati che guizzano dalle gambe; voci, nitriti: un diavolìo generale. Ma il più spaventato fu il povero San Ciro, che per fortuna si ebbe i soli piedi pestati: chetatosi un po' l'arruffìo, il San Ciro con le tasche piene, si rivolge all'imperatore, extra Dimostranza, e gli grida: “Ohè! Compare Caifas! Come diavolo voi vi chiamate, che ci debbo lasciar la pelle qui io forse? Sangue...” (a San Ciro). E l'imperatore tutto rosso: “Orbo degli occhi, ma chi ci ha colpa? E' stato lo scettro che ha urtato sul muso d'un cavallo, è stato...” “Che scecco e scecco,” urlava quegli gesticolando, “peste che vi pigli, lo buttate via lo scecco e ne fate senza!».

martedì 19 agosto 2014

Marineo, tra reale e ideale in mostra i paesaggi di Rosario Rigoglioso


di Nuccio Benanti
Venerdì 22 agosto, alle ore 20, si inaugura a Marineo la mostra personale di pittura Paesaggi di Rosario Rigoglioso. 
Sono circa venti i quadri ad olio su tela che resteranno esposti, nei locali del Salone parrocchiale, nei giorni della festa di san Ciro e poi fino al 28 agosto (orario: 18-23). Come spiega bene il famoso critico d'arte Vittorio Sgarbi in una recente recensione pubblicata sull'ultimo numero de' La Rocca, Rosario Rigoglioso vive ed opera a Marineo, in contrada Luisa: da questo privilegiato osservatorio agreste, nel tempo è riuscito a dare vita ad una personalissima interpretazione della pittura di paesaggio, "ignota agli abbecedari, eppure dotata di una simmetrica garbatezza nel codificare in canone universale l'eleganza del creato". L’ulivo secolare ai margini del seminativo, i fichi d'India della campagna siciliana, i papaveri tra le spighe di grano, ma anche gli specchi d’acqua immersi in un’atmosfera fiabesca, quasi nordica, sono principalmente frutto di fantasia e, appunto, di un abile e garbato uso di colori e segni. L'autore riesce, tuttavia, a dipanare bene quel filo sottile che lega una natura vissuta nel faticoso lavoro quotidiano e una tecnica di raffigurazione paesaggistica molto soggettiva, che va dalla rappresentazione ideale di una veduta reale alla riproduzione reale di uno scenario ideale.

lunedì 18 agosto 2014

MarineoSolidale: Villa San Ciro ospita la mostra fotografica "Gli altri e noi"


di Antonina Vilardi *
MarineoSolidale Onlus in occasione del decennale della sua attività a Marineo, ha lanciato un concorso fotografico sul rapporto con gli altri, su la percezione del sistema di relazioni con le persone, l’ambiente e le cose, invitando i giovani a guardare la realtà attraverso l’obiettivo di una fotocamera.
L’iniziativa voleva anche essere un’occasione di riflessione sul tema del volontariato, definendo il ruolo che ha nella crescita della coscienza civile e nella scoperta, da parte del mondo giovanile, dei valori condivisi di una società che si va profilando sempre più multiculturale. Vedere guardare agire, analizzare la realtà, fare emergere i sogni e i bisogni; mettersi in gioco per scoprire insieme cosa si può fare, cosa ciascuno può fare e come può essere protagonista nei processi di cambiamento e costruzione della società come cittadini attivi e responsabili osservando la propria realtà per migliorarla. La proposta ha coinvolto diversi giovani della delegazione Cesvop di Marineo, i ragazzi dell’ Oratorio salesiano Belleville della capitale del Burkina Faso e di Uvira nel Congo. L’esito della ricerca è esposto nella Mostra fotografica che comprende anche diverse foto fuori concorso che riproducono realtà e situazioni in diverse parti del mondo che ci interrogano come cittadini e cristiani. Un sentito ringraziamento al Cesvop che ha fornito i beni e servizi necessari all’iniziativa e a quanti in modi diversi si sono lasciati coinvolgere dalla nostra proposta. La mostra, allestita nella Villa San Ciro di Piazza Sainte-Sigolène, sarà inaugurata giovedì 21 agosto alle ore 19.00. Lunedì 25 agosto alle ore 21.00 dopo la premiazione dei vincitori si svolgerà una festa interculturale con la degustazione di specialità etniche. Vi aspettiamo numerosi.
* Presidente MarineoSolidale Onlus

domenica 17 agosto 2014

Il piatto di pasta: Spaghetti integrali con crema di verdure


di Antonietta Pasqualino Di Marineo
La maggior parte delle ricette che scrivo sono dolci. La motivazione è semplice; e forse l'ho anche già scritta: i dolci hanno più bisogno di una ricetta codificata, si devono misurare gli ingredienti e quindi, spesso quando li preparo prendo appunti.
Il piatto di pasta, invece, lo improvviso quasi sempre. In questo caso, però, avendo preparato una sola porzione per un pranzo solitario posso risalire agli ingredienti. L'ho cucinato qualche settimana fa, quando era ancora periodo di carciofi, ma ultimamente lo sto replicando con altre verdure (zucchina, melanzana), e il risultato è sempre ottimo. Una cottura "leggera" della verdura al vapore o in padella e poi frullata aggiungendo un filo di olio e delle erbe (prezzemolo, timo, maggiorana), abbinato alla pasta integrale credo che diventi quasi un piatto sano!
Spaghetti integrali con crema di verdure
Ingredienti:
carciofi 2 pz (zucchina, melanzana)
spaghetti integrali 80 g
olio evo
prezzemolo
- pulire i carciofi
- tagliarli a metà
- cuocerli a vapore
- frullare un carciofo aggiungendo 3 cucchiai di olio evo
- regolare di sale e pepe
- cuocere gli spaghetti
- condire gli spaghetti con la crema di carciofo
- disporre nel piatto e finire con l'altro carciofo (zucchina, melanzana) e il prezzemolo
© http://boxing-catering.blogspot.it/

sabato 16 agosto 2014

Carlo Greco: l'America e 11 anni sindaco di Marineo tra le guerre mondiali


di Ciro Guastella
Era pieno inverno a New York quando Carlo Greco era sbarcato con la nave America il 13 gennaio del 1913. Aveva 31 anni e già era sposato con Marietta, figlia di don Antonino Pecoraro, commerciante di alimentari all’ingrosso a Marineo.
Dopo avere passato con centinaia di emigranti periodo di sosta obbligatoria ad Ellis Island, assieme al cugino Onofrio Passantino, da anni residente a NewYork, cercava di piazzare la partita di vino che sarebbe arrivata da Palermo. Intendevano vendere in America quell’ottimo vino marinese come inizio, forse, di una nuova attività di esportazione, pioniera di più intensi rapporti commerciali. Carlo Greco, come annotarono le autorità di frontiera, era arrivato negli USA con 30 dollari in tasca. Molti per i tempi (il padre pastaio possedeva anche una rivendita di tabacchi), pochi per il suo carattere generoso, che diversi aneddoti narrati da chi lo conobbe testimoniano. A tal proposito, tra i numerosi atti di altruismo legati al suo carattere espansivo, si racconta che avendo incontrato per le strade della metropoli un infreddolito paesano che cercava di vendere ai frettolosi passanti semi e noccioline, mosso a pietà, gli avesse chiesto quanti dollari avrebbe potuto guadagnare quel giorno. Quando quello gli disse più o meno la cifra, mise mano al portafogli, gli diede i soldi corrispondenti raccomandandogli di tornarsene a casa per non lasciarci la pelle. “Non vedi – aggiunse scherzando – che persino le statue di bronzo (si riferiva al soprastante monumento a George Washington della piazza) indossano il mantello per il freddo che fa?” Avendo in poco tempo, com’era prevedibile, esaurito i soldi che si era portato da casa, col freddo newyorchese che lo terrorizzava e la nostalgia per il paese, decise di rinunciare al sogno americano e tornare presto al sole di Sicilia, dove lo attendeva un lavoro che, se non prometteva grandi agiatezze, gli consentiva almeno di vivere decentemente. Da giovane aveva imparato il mestiere di ebanista e, messa bottega in proprio, costruiva con successo mobilio per la clientela locale e i paesi vicini. La sua maestria si rivelava nella solidità della costruzione e nell’accuratezza dei dettagli dei lavori che eseguiva. Intagliatore estroso, costruiva i mobili secondo la moda del tempo in puro stile deco con intarsi di bella ed elegante fattura. Un cassettone e un comodino sopravvissuti alle varie vicissitudini, al degrado dettato dall’alternarsi delle mode, recentemente rimessi in ordine grazie all’amore per i mobili artigianali tornati in voga, sono in grado di competere con altri oggetti di “modernariato”. Carlo Greco fu eletto Sindaco di Marineo alla fine della prima guerra mondiale. Al conflitto aveva partecipato col grado di sergente maggiore come artigliere e tiratore scelto, per essere stato provetto cacciatore. Durante la guerra conobbe Gabriele D’Annunzio che, ammirato dai consigli che era in grado di suggerire ai superiori per migliorare il sistema di mira dei cannoni, gli fece pervenire in dono un paio di occhiali da sole. Dell’illustre “comandante” Greco ricordava, tra le singolarità del comportamento, che persino a tavola indossava i guanti liberando soltanto pollici e indici per tenere le posate. A Messina, sergente maggiore nella 98a Batteria Montegallo, incontrò Giacomo Matteotti che, pacifista, nella città dello Stretto era stato internato. Fu proprio la vittima più illustre del Fascismo a regalargli un paio di gambali d’artiglieria e dei polsini d’argento che conservò gelosamente per tutta la vita. Tra gli episodi non del tutto esemplari, che pur bisogna ricordare per conoscerne l’indole e il carattere, ma soprattutto per sottolineare l’amore che per lui la popolazione nutriva, occorre raccontare una singolare avventura eroicomica di cui fu protagonista nel 1919. Un giorno alla stazione di Bolognetta (il punto di ferrovia più vicino a Marineo) prendendo il treno diretto al capoluogo per il disbrigo di affari comunali, il controllore notava che, in possesso di un biglietto di seconda, egli occupava un posto di prima classe. Fu inutile fargli osservare che, non avendo trovato da sedersi in seconda classe, aveva occupato un posto disponibile cui pure avrebbe avuto diritto nella qualità di sindaco. Ma non ci fu verso di convincere l’intransigente ferroviere che, vestitosi dell’autorità che il ruolo e la divisa gli conferivano, gli intimava con malagrazia l’immediato ritorno nel compartimento di seconda. Il diverbio che ne nacque davanti a tanti viaggiatori che lo conoscevano e ne avevano preso le difese, si concluse con l’estromissione del controllore dal treno. Il convoglio fu fermato per l’intervento della polizia ferroviaria che scortò il sindaco fino in città per un più dettagliato accertamento dei fatti. Al commissariato fu trattenuto per cinque giorni. Ma quando in paese si seppe dell'imminente ritorno, i cittadini si fecero trovare tutti a “San Ciro della Balata” col gonfalone e la musica per dargli il benvenuto. Tornava sì "dalla galera", ma dall’incidente chiara era emersa la parsimonia del primo cittadino nell’impiego del denaro pubblico che, data la magrezza dei tempi, non riteneva opportuno sperperare con l’acquisto di costosi biglietti ferroviari di prima classe. Quisquilie preistoriche, fossili che oggi farebbero sorridere il più onesto degli amministratori. Restò in carica fino al 1922, anno in cui i sindaci eletti vennero sostituiti dai podestà, imposti dal governo fascista. Liberale per temperamento, offeso dall’ingiusta deposizione subita, ebbe nei confronti del Regime un’avversione che lo resero, se non un perseguitato, sicuramente mal sopportato dai suoi stessi compaesani, tra i quali il capo della Milizia che portava a spasso per le vie del paese pancia piena e testone adorno di fez con nappa nera. Nonostante gli inviti pressanti e le oscure minacce, rifiutò sempre la tessera del Fascio e fu un punto di riferimento per coloro che cominciavano a capire quale miseria e quante ingiustizie nascondessero la sicumera fascista, l’orgoglio patriottico e l’oceanico consenso delle piazze. Quando il prefetto Mori scese in Sicilia, nel 1925, con l’incarico di sradicare la mafia, Carlo Greco fu arrestato, ma gli venne risparmiato il confino destinato ai mafiosi, restando sorvegliato in paese. Quando molti, anche in un piccolo paese come Marineo, succubo della grossolana propaganda fascista, si resero finalmente conto dei danni che la guerra andava procurando, la sua popolarità aumentò a tal punto che in piazza, davanti a tanti compaesani, si poteva permettere di dire al fascistone – tra il serio e il faceto – che tra non molto tempo avrebbe orinato dentro il suo fez nero, odiato simbolo di sopraffazione. Ciò non accadeva nei riguardi di Onofrio Profita, suo avversario politico nelle elezioni del 1918, quando ancora il fascismo non aveva avvelenato i rapporti interpersonali. Alla sua morte, infatti, incaricatosi dell’elogio funebre, pronunziò commosse parole di addio, sincere e profonde, riconoscendo nel rivale la correttezza e l’onestà dell’agire. Dopo la caduta del fascismo, tardive arrivarono anche le scuse del commissario Urso (“…ma io lo avevo capito che lei era un galantuomo”) che nel 1925 aveva collaborato al suo arresto. Dopo lo sbarco degli americani, grazie alla popolarità e alla fiducia di cui godeva in paese, fu nominato sindaco con decreto prefettizio N. 2402 del 2 aprile 1945. Nel discorso di benvenuto che fece in occasione della visita a Marineo dell'on. Finocchiaro Aprile, fondatore del Movimento Indipendentista Siciliano, di cui resta la traccia autografa tra i documenti di famiglia, non parlò né dell’indipendenza della Sicilia né di separatismo. All’uomo politico di Lercara, il sindaco assicurava il sostegno personale e quello degli elettori, a patto che con la sua autorevolezza riuscisse a richiamare l’attenzione del Governo centrale sui gravi problemi di sottosviluppo del paese ancora privo di rete fognaria, oppresso dalla penuria dell’acqua potabile, dalla condizione disastrosa delle strade e soprattutto impoverito dalle ricorrenti frane che trascinavano a valle interi quartieri. Rimase in carica fino al 1948 quando, indette le elezioni democratiche, venne eletto nuovamente con risultati plebiscitari, tanto che il presidente del seggio elettorale poteva osservare che, se così chiari erano gli orientamenti degli elettori, perfettamente inutile era stato indire le elezioni. Sindaco fino al 1952, fu promotore di una serie di iniziative che portarono alla costruzione della rete fognaria, alla progettazione dell’acquedotto per l’adduzione dell’acqua delle sorgenti di Rossella, al riassetto delle strade urbane. Instancabile lettore, tra i pochi abbonati in paese al “Giornale di Sicilia” e al “Reader’s Digest”, assiduo ascoltatore del giornale radio, “il comunicato” gracchiato dal suo grosso apparecchio Magnadyne, incoraggiò e protesse le iniziative culturali allora possibili elargendo aiuti alle piccole compagnie teatrali (i Carrà, i Di Dio) che sulle scene del “teatrino comunale” portavano i drammi dell’Ottocento, Pirandello e Martoglio. Il dottore Ignazio Fiduccia, allora giovane segretario comunale, raccontava che, discutendosi in Giunta delle opere pubbliche da realizzare con i magri fondi di cui si disponeva, il sindaco mise in silenzio i consiglieri bocciando tutte le proposte di priorità e sostenendo che la prima opera da fare era la strada per il cimitero, allora malagevole viottolo. “I morti – disse – erano gli unici che, privi di voce per lamentarsi, avevano il diritto di precedenza su tutte le altre pur comprensibili esigenze”. Nel 1945 fu il principale artefice del ritrovamento di un ragazzo di Marineo rapito a scopo di estorsione da una banda di malviventi locali e si recò, assieme alla madre della vittima e ai carabinieri, a liberarlo dal nascondiglio in montagna dove il giovane era tenuto sequestrato. Dopo il 1952, estraneo alle manovre di corridoio dei nuovi politici, non volle più candidarsi. Della sua generosità, anche nella vita privata, gli anziani della famiglia se ne ricordano ancora, come quella volta che, andando a riscuotere la pigione degli appartamenti a Palermo, all’inquilino che quel mese non poteva pagare l’affitto diede pure dei soldi per potere sfamare la sua famiglia. Capace di dispensare in chiunque lo incontrasse coraggio e ottimismo, visse amato e stimato a dispetto degli avversari i quali - forti della sua passata adesione al Movimento Indipendentista Siciliano, che nel 1944 contava mezzo milione di iscritti, della nomina a sindaco avuta dopo la “liberazione” e soprattutto dell’innata autorevolezza del carattere – cercarono di adombrarne la figura e inficiarne la memoria. Per quanto riguarda l’operazione compiuta in Sicilia dal “Prefetto di ferro”, che vide coinvolto anche il marinese Carlo Greco, una confessione postuma di Cesare Mori la dice lunga sulla profondità delle indagini che egli fu in grado di condurre: “La qualifica di mafioso viene spesso usata in malafede (…) come mezzo per compiere vendette, sfogar rancori, abbattere avversari” (S. Lupo, Storia della mafia, Roma 1994). Di Carlo Greco, sindaco per antonomasia, resta tra i familiari e chi lo ha conosciuto il ricordo - che questo contributo intende rinnovare - di un’apertura mentale e di una schietta visione dell’agire nella gestione del patrimonio comune durante il tormentato periodo di travaglio sociale ed economico attraversato dal nostro paese tra le due guerre e nell’immediato dopoguerra. Nel quarto di secolo che gli restò da vivere poté dedicarsi, grazie al lavoro dei figli, quasi esclusivamente agli affetti familiari, l’unico privilegio di cui godette fu, con l’orgoglio di una vita intensamente vissuta, la soddisfazione di essere stato sinceramente amato dai concittadini per l’onestà dell’impegno politico. Si spense il 3 febbraio del 1965 accompagnato al cimitero da una folla di cittadini ancor più numerosa di quella che nel 1919 l’aveva accolto alla Balata. Con la morte del sindaco Greco si chiudeva, anche a Marineo, l’era della civiltà contadina e iniziava il capitolo della motorizzazione.
Nelle foto: Carlo Greco in divisa di sottufficiale a Messina; Il sindaco Carlo Greco (al centro), con l’Arciprete Mons. Natale Raineri e il medico condotto Pietro Sannasarda (a destra col bastone) davanti all’edificio scolastico.

venerdì 15 agosto 2014

Tipica specialità estiva palermitana: Gelo di mellone (come prepararlo)


di Pippo Oddo
Questa tipica specialità estiva palermitana è una gelatina d’anguria di colore rosso intenso, che evoca l’aspetto, la dolcezza e la sensazione di freschezza tipica del gelato. 
Le sue origini sono incerte: c’è chi ritiene che siano riconducibili agli Alberesch che, “provenendo dall’Albania (sul finire del Quattrocento) si stanziarono in territori della Sicilia in cui ancor oggi vivono, mantenendo usi e costumi della loro terra natia e utilizzando l’abbondanza idrica delle zone in cui vennero a stabilirsi per la coltivazione di frutta bisognevole di grandi quantitativi d’acqua come appunto l’anguria”. Sembra però assai più probabile che questa fresca prelibatezza tutta palermitana sia comparsa in Sicilia ai tempi della dominazione araba, a giudicare soprattutto dai profumi di pistacchio e i fiori di gelsomino che si mescono a quelli naturali dell’anguria. Procedimento: preparare il succo d'anguria mediante lo schiacciamento della sola polpa in un setaccio, oppure in un passatutto, così da ottenere un poltiglia semi-liquida, priva dei semi. Versare il succo in una casseruola bassa e larga, poi aggiungendo la frumina a piccole dosi, ben mescolando in modo da non formare grumi, quindi incorporare lo zucchero. Un tempo ottenuto un composto omogeneo, porre la casseruola a fuoco basso e lasciarla per il tempo necessario a sobbollire, sempre mescolando con un cucchiaio di legno, oltre a qualche minuto per restringere e addensare. Togliere dal fuoco e con un mestolo inserire il composto nello stampo o negli stampini, generalmente di forma tronco-conica, lasciandolo raffreddare e compattare a temperatura ambiente e poi metterli in freezer per un paio d'ore. Ingredienti: succo d'anguria 1 l; zucchero semolato 100 g (la quantità di zucchero varia sensibilmente in rapporto alla dolcezza del frutto) frumina (amido di grano) 80 g. Varianti: moltissime sono le diversità nella preparazione del composto che, a secondo della zona o delle tradizioni familiari, possono contemplare l'aggiunta di vari ingredienti, tra i quali chiodi di garofano, cannella, fiori di gelsomino e la granella di cioccolato amaro; quest'ultima per imitare la presenza dei semi d'anguria.

giovedì 14 agosto 2014

Sul "Ristretto e miracoli di san Ciro" a cura del gesuita Francesco Paternò


di Nuccio Benanti
MARINEO. «Nacque san Ciro da pii e onorati parenti nella gran città di Alessandria, e fiorì verso la fine del terzo secolo della Chiesa [...] e parve predestinato dalla provvidenza».
Inizia con queste parole il Ristretto e miracoli di san Ciro, edito a Napoli nell’ormai lontano 1707, a cura del gesuita Francesco Paternò. Questo volume, considerato la prima biografia scritta in Italia «con lo scopo di propagare la devozione del santo con la storia dei suoi prodigi» (Raia 1902), è consultabile anche in formato digitale (sfoglia) grazie al Progetto Google Libri. Lo schema di svolgimento del racconto è quello tipico della letteratura agiografica. Nella prima parte, il protagonista riceve un’educazione cristiana. Superati gli interessi mondani, Ciro comincia a curare i malati gratuitamente. Infine, dopo essersi ritirato a pregare nel deserto, il santo viene sottoposto a prove, ostacoli e sofferenze, che sfociano in una morte tanto esemplare quanto predestinata, avvenuta il 31 gennaio del 303, al culmine di una persecuzione particolarmente violenta nella parte orientale dell'Impero. Il racconto, per ammissione dello stesso Paternò, venne compilato sia sulla base delle notizie tratte dagli scritti di Sofronio che dalle informazioni «dello stesso Bollando che con più pienezza de gli altri ne ha parlato» (Paternò 1707). San Ciro visse ad Alessandria d'Egitto nella seconda metà del III secolo. In particolare si interessò agli studi di medicina per i quali la città era famosa grazie all’opera di Galeno. Sofronio ricorda nei suoi scritti l’amore per la conoscenza che animava Ciro. Conoscenza non fine a se stessa, né, tanto meno, mezzo di arricchimento, bensì prezioso strumento per servire il prossimo. Difatti l’appellativo che gli venne attribuito fu proprio di medico anarghiro, senza argento, poiché gratuitamente prestava la sua opera ai bisognosi. Sostenendo che i mali fisici sono una diretta conseguenza dei mali spirituali, Ciro parlava agli infermi di Cristo e della religione cristiana, insegnando che le infermità dell'anima non sono le più gravi, ma di più fanno male al corpo perché in questo generano le malattie più pericolose (Prevete 1961). Negli anni dell’eremitaggio, Ciro mutò radicalmente il sistema di medicare i suoi pazienti. Non usò più farmaci o erbe, ma soltanto preghiere ed insegnamenti cristiani: «Gesù non dava delle medicine, ma dava la medicina, che era la sua Parola. E grazie alla sua parola i malati guarivano. "Ora dico: alzati e cammina". "Che cosa vuoi che io ti faccia", dice al cieco di Gerico. "Signore che io veda". E Gesù risponde: "Si lo voglio". Si lo voglio... Quindi c'è sempre una richiesta da parte dell'orante e un esaudimento da parte di chi ha il potere di guarire, che avviene sempre per mezzo della Parola» (Damigella 1999).

mercoledì 13 agosto 2014

Storia, tradizioni e culto della gloriosa Madonna col Bambino di Trapani


di Pippo Oddo
Considerata indiscusso patrimonio dell’umanità, l’immagine marmorea della Madonna di Trapani è un vero capolavoro d’arte finora attribuito allo scultore Nino Pisano, morto nel 1368. La data del suo arrivo nella città da cui ha preso il nome è tuttora ignota per mancanza di precisi documenti storici.
Sappiamo tuttavia per certo che la gloriosa statua è stata posta subito sotto tutela della Comunità dei “Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo” meglio noti come Carmelitani. I quali, per sfuggire alle persecuzioni islamiche, a partire dal 1226 cominciarono ad abbandonare la Palestina per rifugiarsi in Sicilia e in altre parti del Sacro Romano Impero rifondato da Federico II di Hohenstaufen, lo “Stupor mundi”. A Trapani arrivarono attorno al 1240. «Dove i Carmelitani dimorarono subito dopo il loro arrivo a Trapani – si legge sul web –, non è facile stabilirlo con esattezza. Secondo alcuni storici, essi, per benevola concessione del Senato cittadino, si stanziarono in un primo momento presso la piccola Chiesa di “Santa Maria del parto”, costruita dai pescatori nei primi decenni del XIII secolo vicino l’antica dogana, alle spalle dell’odierna Chiesa dell’ex Collegio dei Gesuiti, accanto alle mura di tramontana della Città. Poi, il 24 agosto del 1250, ricevute in donazione per mezzo di un atto notarile dal notar Domenico Ribaldo e dalla sua prima moglie donna Palma Donores, trapanesi, una piccola cappella, dedicata all’Annunziata e le terre adiacenti ad oriente, fuori le mura cittadine, si trasferirono là per continuare nella quiete della campagna la loro vita comune in ossequio a Gesù Cristo come fraternità contemplativa sulle orme di Maria e di Sant’Elia, il profeta del Carmelo, eremiti non più pellegrini, ora mendicanti itineranti in Europa in mezzo al popolo. Questa data, scrive lo storico Carmelitano Gabriele Monaco (+ 1988) nella sua monografia “La Madonna di Trapani” (Edizioni Laurenziana, Napoli 1981), “sarà segnata a caratteri d’oro negli annali già ricchi di gloria del Santuario”. Al testamento su indicato, ne seguiranno altri: ad opera dello stesso Notar Domenico Ribaldo (8 agosto 1280) e della sua seconda moglie Perna Abate (4 aprile 1289), zii di Sant’Alberto, a motivo dell’ingresso di quest’ultimo nelle terre dell’Annunziata in qualità di religioso. Attraverso questo inaspettato e prodigioso avvenimento in seno alla nobile famiglia, verranno così offerti a favore dei Carmelitani altri possedimenti, per il loro sostentamento e per i lavori di ampliamento della primitiva Chiesetta. Così, per provvidenziale coincidenza, la storia del Carmelo trapanese inizia a legarsi indissolubilmente con la Famiglia degli Abate e, nel corso dei secoli, con altre famiglie nobiliari che, con il benestare e l’ausilio degli stessi sovrani succedutisi nel governo della Sicilia, favoriranno la realizzazione delle pregevoli strutture architettoniche e decorative del Santuario in gran parte giunte fino a noi grazie anche alle cospicue e pubbliche offerte di benefattori di ogni ceto sociale». Quando il futuro Sant’Alberto da Trapani (1240-1307) entrò tra i Carmelitani iniziarono a svilupparsi attorno al piccolo Oratorio dell’Annunziata «il primo vero e proprio Convento di cui, possiamo ben dire, il giovane erede dell’illustre famiglia degli Abate, diventerà il vero fondatore, almeno nel senso che ne favorì il consolidamento patrimoniale del Convento». E non si può escludere che il suo impegno per l’Annunziata «fosse ispirato al disegno di far del suo Ordine Carmelitano pienamente un Ordine Mendicante». Dell’originale cenobio del XIII secolo non rimane quasi nulla, eccetto un arco, una parete e «due piccoli frammenti scultorei, uno in tufo e l’altro in marmo raffiguranti il primo una scena di aratura e il secondo un frammento di architrave, residui, forse, di cultura bizantineggiante». Il santuario che ci è pervenuto è stato realizzato tra il Cinquecento e il Seicento. Non è superfluo aggiungere che «il Convento – che i Carmelitani dovettero abbandonare a motivo della soppressione degli ordini religiosi a causa delle leggi eversive del 1866 –, per la gran parte, è divenuto dal 1905 sede del Museo che più tardi prenderà il nome dal suo ideatore, il Conte Agostino Pepoli; il resto, dal 22 agosto 1930, lo riabita la Comunità dei Frati Carmelitani. Nel Museo, oltre che al Santuario, si conserva in parte anche il “Tesoro della Madonna” con manufatti realizzati tra il XVI e il XIX secolo, testimonianza eloquente della devozione verso la Vergine di Trapani lungo i secoli». Nel frattempo il culto della Bedda Matri di Trapani si era diffuso in diverse parti dell’Isola. Non sono pochi i santuari e le edicole votive a lei consacrati anche nei comuni di altre province. Citiamo il caso della chiesetta del “Miglio” (detta così perché dista circa un miglio da Terrasini). Il 14 agosto essa è meta di un affollato pellegrinaggio di devoti d’ambo i sessi che, perlopiù a piedi scalzi, vi confluiscono cantando: Siti bedda gran signura/, bedda siti ri ‘ncelu e ‘nterra/. Li vostri occhi su du stiddi/, la vuccuzza mi cunzola/. Beddu assai è lu vostru visu/, purtatimi l’arma ‘mparadisu/. (Siete bella gran Signora, bella siete in cielo e in terra. I vostri occhi sono due stelle, la boccuccia mi consola. Bello assai è il vostro viso, portatemi l’anima in Paradiso.) E subito dopo: Quantu tituli c’aviti, / Maria di Trapani patruna siti, / E deci milia voti laudamu a Maria./ E laudata sempri sia, ch’è di Trapani Maria […]. (Quanti titoli che avete, Maria di Trapani patrona siete. E dieci mila volte lodiamo Maria. E lodata sempre sia perché è di Trapani Maria…). Ma è Trapani la città che onora meglio la sua Madonna. Cerchiamo di capire come e perché. Vuole la leggenda che «alla fine del 1100 dei frati carmelitani furono scacciati da Gerusalemme e si recarono, grazie a delle navi, in Sicilia ed alcuni di loro trovarono il loro soggiorno nell'attuale posto adibito al Convento della SS. Annunziata. Contemporaneamente una nave pisana approdò nel medesimo porto depositando una rinomata statua dedicata alla Madonna; dopo aver riparato la loro nave, i pisani non poterono partire se non dopo aver lasciato tale simulacro alla città di Trapani che Le dedicò una splendida cappella. La leggenda ha somiglianze con altre presenti nell'isola e riguardanti altri Santi […], ma quel che conta è la devozione cittadina alla Madonna. Essa è festeggiata con la lavanda dei piedi dei pellegrini che accorrono al santuario e che è svolta dai confrati e dalle consorelle in ricordo della storica lavanda attuata nei secoli passati. Altri elementi delle feste del passato sono andati perduti, ma quel che rimane come costante è certamente la processione della statua della Madonna, attuata dopo la celebrazione dei Vespri e della messa solenne il 15 ed il 16 agosto. La statua della Madonna è portata in processione dai marinai vestiti di bianco». Ma forse il segreto della grande devozione dei trapanesi alla loro Patrona ce lo svela un’altra leggenda raccolta da Bruno Pastena, grande studioso ed estimatore della viticoltura siciliana. Stando al suo racconto, in un’epoca imprecisata alcuni pescatori trapanesi trovarono una cassa in mare. La portarono sulla terra ferma e la posarono casualmente su una vite oramai improduttiva. La aprirono e si accorsero che c’era la Madonna con il Bambino. Il primo a toccarla fu uno storpio, e guarì immediatamente. Nel volger di poco tempo furono miracolati molti altri fedeli che implorarono la Santa Vergine «per la salute del corpo e per maggior fortuna nella vita». Ma si guardarono bene di consegnare la statua alle autorità religiose: la lasciarono lì dove l’avevano poggiato. Nel Trapanese vi fu intanto una grave siccità e i contadini si rivolsero alla miracolosa Madonna per impetrare la pioggia, «una catarratta d’acqua». Non piovve. Ma appena sollevarono la statua per darle degna collocazione dentro una chiesa, notarono che «la vite che aveva fatto da tappeto era diventata una rigogliosa pianta con grappoli turgidi, lucidi, brillanti, e si gridò al miracolo, e per designare la pianta fu coniata la parola Catarratta per l’abbondanza dei suoi grappoli». Allora tutti i viticultori innestarono le loro viti con il Catarratto lucido della Madonna con il Bambino e le vigne divennero «per vendemmie festanti»; ai trapanesi di tutti i ceti, prima tristi e taciturni, affiorò il sorriso sulle labbra. Non si conosce l’epoca precisa dei fatti ma non c’è dubbio – a voler credere alla leggenda – che «fu allora che si notò che la Madonna e il Bambino avevano dipinto nel volto un impareggiabile sorriso, un sorriso al tripudio dei vigneti della provincia più vitata d’Italia». E il Catarratto, si sa, è assieme al Grillo e all’Inzolia un’uva indispensabile per la produzione del Marsala, il vino più famoso d’Europa, quel nettare degli dei tanto caro agli inglesi, alla zarina Alessandra Fedorovna, moglie di Nicola I, zar di tutte le Russie, e persino al governo imperiale austro-ungarico che, con decreto del 16 marzo 1900 lo incluse tra i prodotti della farmacopea austriaca, «da utilizzarsi sia puro sia quale componente degli enoliti»: quel vino “made in Italy” che, in pieno proibizionismo, negli Stati Uniti era regolarmente prescritto dai medici e venduto nelle farmacie, accompagnato dalla denominazione “Florio”. Anche questi sono miracoli ascrivibili alla gloriosa Madonna col Bambino di Trapani. Foto di Caterina Sindoni.

martedì 12 agosto 2014

Crociata di Alfano contro i vu' cumprà, tra merci taroccate e sensi di colpa


di Nino Di Sclafani
Non sono un assiduo frequentatore di spiagge; quando, però, ob torto collo, mi tocca condividere questa esperienza con la famigliola, mi intriga molto guardarmi in giro e carpire dagli atteggiamenti e dai comportamenti, caratteri, stili di vita, vizi e virtù, dei frequentatori dei lidi.
Tra tutti gli incontri, quelli che mi hanno particolarmente segnato riguardano i venditori ambulanti extra comunitari che attraversano, carichi delle loro mercanzie, quei luoghi ameni portando tra la gente spensierata ingombranti e pesanti fardelli, metafore della loro condizione di vita. Proprio ieri il ministro dell’Interno Alfano ha annunciato la sua crociata contro questa fastidiosa presenza delle vacanze: “Gli italiani sono stanchi di essere insolentiti da orde di vu' cumprà”. Il ministero ha pertanto dato disposizioni alle prefetture di intervenire usando come alibi la difesa delle griffe oggetto di contraffazione. Di venditori extra comunitari in spiaggia ne ho conosciuti tanti, mai però mi hanno offerto portafogli Louis Vitton, penne stilografiche Mont Blanc o cronografi Rolex taroccati. La loro mercanzia consiste in cuscini gonfiabili, stuoini, monili, salvagenti e braccioli. Non conosco la loro “insolenza”, si avvicinano discreti offrendo i loro oggetti e basta un cenno di diniego e si allontanano salutando dirigendosi verso altri ombrelloni. Quando, però, sulle spiagge di Altavilla, cedendo alla curiosità, ho chiesto a qualcuno di loro di fermarsi ed accettare un bicchiere di tè freddo o una merendina e li ho stimolati a parlare, sono affiorate storie di stenti, sfruttamento, miseria e mi si è svelata un’umanità sofferente, ma sempre speranzosa, che si sobbarca una quotidianità “infernale” pur di assicurare alle loro famiglie una rimessa che consenta nei paesi d’origine una possibilità di sopravvivenza. Da giugno a settembre la loro esistenza è scandita da ritmi incalzanti. Si svegliano all’alba nei fatiscenti ambienti in cui alloggiano nel centro storico palermitano. Trascinano sino alla Stazione Centrale i loro fagotti e prendono il treno. Scendono alla stazione di Altavilla e caricati sulla testa le loro merci e relativi espositori si fanno a piedi i due chilometri che li separano dalle spiagge. Inizia così l’andirivieni che li vedrà per tutto il giorno sotto il sole con i loro cappelli di paglia fare la spola tra gli ombrelloni con la speranza di concludere qualche vendita e racimolare quella decina di euro di guadagno per se e per la propria famiglia. Quando giunge la sera ricaricano sulla testa i pesanti fardelli e a piedi li vedi muoversi lungo la statale verso la stazione, altri chilometri, altre solitudini ed altre giornate di fatica. In cosa risieda la minaccia portata sulle spiagge da questi “fratelli più piccoli” mi sfugge. Pur ammettendo che in altri lidi o porticati sulle loro bancarelle improvvisate possa ritrovarsi qualche prodotto taroccato dubito che ciò rappresenti un rischio per le prestigiose (e danarose) multinazionali del lusso. Infatti non è certo la mancata disponibilità di una scadente imitazione a spingere il consumatore medio a spendere l’equivalente di uno stipendio in una borsa. Sarebbe opportuno, pertanto, che il ministro Alfano riveda le sue convinzioni, sia dettate dalla buona fede che indotte da opportunità politiche per accattivarsi le simpatie di elettorati xenofobi. Riflettendoci, comunque, mentre te ne stai sdraiato in riva al mare, sotto l’ombrellone, sorseggiando una fresca bevanda e gingillandoti con il tuo nuovo smartphone la vista di questi diseredati un certo fastidio lo causa. Ed il vero nome di questo sentimento è “senso di colpa” che notoriamente tutti cerchiamo di tenere lontano dalla nostracoscienza.

lunedì 11 agosto 2014

Un piatto veloce per le vacanze: Spiedini di salsiccia e mele


di Antonietta Pasqualino Di Marineo
Vacanze?! Ecco, ci siamo, anche io faccio una pausa! Però che fatica!
In realtà, la prima settimana di vacanza è stata un susseguirsi di impegni famigliari, ho quindi cucinato, anche tanto, ma senza avere il tempo di documentare, tranne questi piccoli spiedini... Per fortuna ho ancora dei giorni di vera vacanza!
Spiedini di salsiccia e mele
Ingredienti per 6 persone:
salsiccia 400 g
mele 4
olio 5 cucchiai
- tagliare a pezzetti la salsiccia
- tagliare a pezzi la mela
- rosolare i pezzi di salsiccia in una padella con qualche cucchiaio di olio
- togliere la salsiccia e rosolare la mela per pochi minuti
- fare dei piccoli spiedini
- servirli tiepidi
© http://boxing-catering.blogspot.it/

venerdì 8 agosto 2014

Stefano Daidone nella Little Italy: da aspirante pugile a padre modello


di Ciro Guastella
A Stefano fece una grande impressione vedere quei cavalli con il fiato grosso, ed il vapore che usciva dalla loro bocca, mentre trainavano un carro con una autobotte di acqua, assieme ai ghiaccioli venutesi a formare a seguito del liquido perduto, al ritorno da un incendio che era stato domato dai vigili del fuoco.
Era il 1920 in pieno Inverno, Stefano aveva appena compiuto 14 anni ed era sbarcato a New York assieme a suo padre proveniente da Palermo con la nave Madonna. Dopo aver trascorso il periodo obbligatorio di sosta ad Ellis Island, ora era il primo giorno che si affacciava sulla grande e fredda Città, aveva attraversato Canal Street ed il Bowery e si era immerso nella Little Italy con le sue strade affollate da immigranti che giornalmente arrivavano da ogni parte dell’Europa. Su Mulberry street, Grand street, Elizabeth street, Mott street si affacciavano in uniforme fila i caseggiati con multipli appartamenti messi in affitto, gli appartamenti usati da grosse famiglie non disponevano di molti vani ed erano dotati di un comune bagno situato nel corridoio. Gli aromi provenienti dalla cucina, le voci, i canti e perfino i litigi di una famiglia venivano percepiti e condivisi da tutti i residenti di quel palazzo, il peggio però avveniva durante l'estate quando il caldo afoso trasformava i multivani in vere caldaie insopportabili, era una situazione alla quale tutti si sottoponevano agli inizi del loro arrivo, perchè invariabilmente nei loro cuori avevano la speranza di riuscire a migliorare la loro vita e trasferirsi in altri luoghi, preferibilmente in una propria casa appena acquistata e provvedere nel contempo un futuro migliore per i figli. Il padre di Stefano, Ciro, in passato aveva fatto diversi viaggi in America ed ogni qualvolta ritornava a Marineo, con i soldi che accumulava comprava una casa, una pagliera, o un pezzo di terreno. Ciro, calzolaio di mestiere, ogni mattina da Elizabeth street si recava a piedi fino a Whitehall street per imbarcarsi sul ferry-boat che l’avrebbe portato a Staten Island; arrivato lì, sempre a piedi continuava per arrivare al posto di lavoro. Ovviamente, la sera per il rientro, il lungo faticoso percorso veniva fatto all'inverso. Stefano studiava e trovava anche diversi lavori; tarchiato e con muscoli ben sviluppati frequentava la palestra dei pugili dilettanti; lì conobbe diversi “talent-scout” e provò anche a battersi sul ring nella categoria dei pesi medi, ma quando un giorno rientrò a casa con l'osso del naso rotto, non ci volle molto per il padre convincerlo a cambiare carriera. Fra i vicini di casa Marinesi c'era la famiglia Calderone, il capofamiglia Gaspare aveva un carretto trainato dal cavallo e giornalmente vendeva frutta e verdura all’angolo della Grand e Mulberry streets, Stefano aveva conosciuto e sposato la figlia di Gaspare, Catherine, una bella ragazza che insegnava nella scuola cattolica gestita dalle suore nella chiesa “Madonna del Loreto”. Dalla loro unione nacquero Charles e Gary, al terzo parto, si trattava di gemelli, per complicazione sopravvenuta morivano Catherine con i gemelli. Stefano dedicò la sua vita alla sana crescita dei due ragazzi, lavorava come capo-reparto in una fabbrica di metalli preziosi ed i proprietari gli consentivano di assentarsi per portare e riprendere dalla scuola i giovani. Preparava in cucina tutti i pasti e con enorme sacrificio provvedeva a tutte le loro necessità. Mai gli venne in mente l'idea di risposarsi. Soltanto dopo la crescita dei figli, Stefano nel 1960 si concesse un viaggio in Italia, era l’anno delle Olimpiadi a Roma, vi partecipava lanciando la sua carriera di pugile un giovane di colore, Cassius Clay, divenuto poi Muhammad Ali e campione mondiale dei pesi massimi. Stefano si fermò un paio di giorni a Roma presso lo zio, il maresciallo dell’Esercito Silvestre Arnone, per poi proseguire per visitare i fratelli e la sorella a Marineo. In paese i preparativi fervevano, per la prima volta si metteva in scena sul palco la Dimostranza sulla vita di San Ciro e Stefano, dopo quarant'anni di assenza, finalmente assaporava le vecchie tradizioni, rivedeva il paese e gli amici della sua infanzia con molto entusiasmo. Quel ricordo rimase sempre vivo nella sua memoria, perché occasionalmente ne tirava fuori i particolari senza mai saper nascondere i sentimenti di nostalgia e di affetto che lo legavano alla terra lontana. I figli, Charles ormai pensionato e Gary già nonno da tempo, ricordano la gentile figura del padre: un uomo vissuto con molta semplicità ed umiltà, amato da tutti per il sorriso e l'amicizia che spontaneamente trasmetteva a chi l'incontrava. Stefano non aveva accumulato fama o patrimonio per essere ammirato dagli altri, ma possedeva un dono naturale che suscitava disinteressata simpatia verso l'uomo che aveva saputo vivere una vita da cristiano, in pace con se stesso, con gli uomini e fondamentalmente con Dio.

mercoledì 6 agosto 2014

Storia della Parrocchia di Marineo: l'attentato all'Arcivescovo Celesia


di Nuccio Benanti
“La sera del 10 corrente in Marineo furono esplosi due colpi di fucile alla finestra della stanza dove dormiva l’Arcivescovo di Palermo, ivi giunto il mattino per la sacra visita. Il sindaco di quel comune ci manda, coll’invito di pubblicarla, una deliberazione di quel Consiglio, colla quale si protesta contro quell’odioso attentato”. 
L’arcivescovo Michelangelo Celesia il 10 novembre 1872 fu ospite a Marineo, in occasione della sua prima visita pastorale nella diocesi di Palermo. Scesa la notte fu fatto segno di un grave attentato: vennero sparati due colpi di fucile caricato a pallettoni, che frantumarono la finestra della stanza in cui dormiva. L’arcivescovo ne uscì illeso, ma fu tanta la paura per lui e per i suoi collaboratori. Il consiglio comunale di Marineo dovette riunirsi, con urgenza, la mattina dell’11 novembre per condannare l'accaduto "da attribuirsi a sola mano di forsennati ed esecrandi individui per disturbare la pace" e nel contempo “esternare i sentimenti di simpatia al prelodato Monsignore Arcivescovo, invitandolo a rimanere in paese per completare la sua pia missione”. La delibera, a firma del notaio Mariano Triolo, fu inviata al Giornale Officiale d’Italia per la pubblicazione e, per conoscenza, al Prefetto. Gli inquirenti non riuscirono mai a comprovare le circostanze e le motivazioni dell'attentato, ma sostennero la tesi che "quei colpi furono sparati unicamente per ispaventare l'arcivescovo" e non per ucciderlo. Di origini nobili e appartenente all’ordine benedettino, il cardinale Celesia fu definito dai suoi avversari "un reazionario" a causa della sua posizione intransigente e papista, di contrarietà al processo rivoluzionario e unitario italiano. Dopo il 1860 si era, infatti, rifiutato di giurare fedeltà al nuovo Governo, obiettando di avere già prestato giuramento al precedente ordine borbonico. Per questo motivo dovette rifugiarsi per un periodo in esilio a Roma: "Il vescovo di Patti che non scende a patti", disse di lui Pio IX. Nel concistoro del 10 novembre del 1884, Leone XIII lo creò cardinale. E non mutò mai il suo atteggiamento particolarmente duro nei confronti delle autorità politiche e contrario alla commistione tra riti religiosi e solennità civili. Fautore della linea legalitaria e contrario a ogni tendenza sovvertitrice, all'indomani dei moti dei Fasci siciliani non esitò a schierarsi contro i contadini rivoltosi definendoli "socialisti anarchici". Il porporato si spense il 14 aprile 1904, all'età di novant'anni.